Archivio mensile:febbraio 2012

Attenzione: bloggare nuoce gravemente alla salute (mentale).

Quando apri un blog non sai ancora quello a cui vai incontro.
Pensi di poter smettere quando vuoi. E invece.

È un continuo rimuginare sugli episodi della tua giornata, cosa che la gente normale fa normalmente, senonfosseche il blogger pensa sotto forma di post.

Per esempio, prima ero in metropolitana e già mi stavo costruendo mentalmente come avrei dovuto raccontare della video mapping sulla facciata del Duomo.

Naturalmente avrei dovuto cercare il video su YouTube ed embeddarlo.*

Poi probabilmente avrei aggiunto che ho visto di meglio, in giro per il Web.

O forse no. In fondo, non è una critica polemica e un po’ scontata?

In ogni caso, avrei cercato di recuperare sul finale, con un’osservazione pseudo-brillante, e cioè che va bene il tappezzamento della città con i manifesti che preannunciavano l’evento, ma io avrei pensato anche a un hashtag dedicato per fare un po’ di buzz su Twitter. Che so, #Duomo4D

Soddisfatta della conclusione, avevo programmato tutto. Tranne un piccolo particolare.
Come comincio il post – e, di conseguenza, come lo intitolo?
E insomma, inizio a sperare che mi venga un’idea non appena avrò acceso il computer.

*se anche tu dici “embeddare” anziché “caricare”, come farebbe ogni cristiano, potresti essere affetto da blogging mentale compulsivo.

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I pubblicitari amano l’iperbole

Ma questa non è un’esagerazione.

Dico davvero.*

*Un giorno, quando non dovrò più preoccuparmi delle ritorsioni dei clienti, avrò molto da scrivere su questo blog.

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Se stai cercando un lavoro, stai sbagliando tutto.

Vabè, l’hai capito che il titolo mica è completo, sì?

Manca una metà, una metà importante. Ma partiamo dall’inizio.

Non sono nata in una grande città, non vengo da una famiglia di artisti nè di intellettuali, non ho fatto scuole prestigiose e non sono purtroppo una delle persone più colte che conosca.

Eppure sono una delle poche, tra quelle persone che conosco, che è riuscita a fare il lavoro che voleva.

Così spesso mi sento chiedere: “Ma come hai fatto?” – no, non suona molto lusinghiero sentirsi rivolgere questa domanda.

Ecco, il fatto è che io non ho mai pensato solo a trovare un posto di lavoro come pubblicitaria.
Ho sempre cercato di pensare a come volevo costruire la mia strada nel mondo della pubblicità.
Ho guardato all’insieme, più che al punto.

Se mi fossi accontentata di trovare un lavoro, probabilmente ora sarei ancora a fare la segretaria in una pseudo-agenzia che millantava di rendermi il suo direttore creativo (a 23 anni, senza alcuna esperienza alle spalle, questo sì che voleva dire “bruciare le tappe”).

Una donna che, nel mondo della pubblicità (e forse non solo in questo), mira soprattutto ad avere “il posto”, probabilmente finirà di lavorare a 30 anni, quando il mercato sentenzierà che è giunta l’ora che l’istinto materno bussi alla sua porta. Poco importa che tu ce l’abbia davvero o no, quell’istinto. Sei fuori. E il massimo a cui puoi ambire è trovare un altro posto che non sia perlomeno troppo inferiore a quello precedente.

Ecco perché, se proprio devo dare un consiglio, ti dico: non limitarti a cercare una scrivania. Cerca il tuo percorso lavorativo. E preparati a prendere strade diverse. Se fai il copywriter come me, prova un po’ ad aprire un blog, non deve parlare per forza di pubblicità (anzi, più interessi hai, meglio è), ma lo devi scrivere bene come un copywriter.
Potrai magari scoprire di cavartela meglio come blogger che come scrittore di titoli per le campagne stampa, e potresti anche scoprire che non è necessariamente un male. In fondo, se punti al percorso e non t’impunti sul posto fisso, sai che comunque arriverai dove vuoi.

Ovviamente ora devo fare la precisazione che sì, sono perfettamente consapevole del panorama lavorativo italiano, della disoccupazione (soprattutto giovanile) e che siamo lì lì per cadere dall’orlo del baratro. Infatti non sto mica dicendo che, se vuoi andare all’università e non hai i soldi per la retta, non puoi fare nel frattempo il cameriere/baby-sitter/dog-sitter.

Però, in sintesi, ricorda che:

  • un lavoro che ti piace e che può farti crescere è migliore del contratto a tempo indeterminato di un posto che non fa per te;
  • un lavoro che ti piace ma non può farti crescere non deve per forza andarti bene;
  • un lavoro che non ti piace e non può farti crescere non può impedirti di costruire nel frattempo il percorso per trovare il lavoro che desideri.

Quel che ho scritto è stato ispirato da questo post (scritto tra l’altro dal mio capo), da quest’altro, da viadellaviola e anche da un bel po’ di persone che ho incontrato.

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Immagina. Puoi.

Avete presente quando i futuri genitori devono decidere il nome da dare al loro bambino?

Che prima, scelgono quello che gli piace di più, poi pensano a come la gente potrebbe contrarre quel nome.

“Ginevra” per esempio ha un suono nobile ed elegante, ma rischia di diventare volgarmente “Gina” (con battute annesse). Se i genitori della mia prozia avessero dato maggior peso a questa possibilità, lei forse sarebbe stata una persona più dolce. E io avrei avuto un’infanzia più facile. 

Chiusa parentesi, quello che volevo dire è che io credo che, quando si devono scegliere le parole da usare in una pubblicità, ci si debba fare le stesse domande.

Chi sente il mio messaggio, cosa ne farebbe?

Sto servendo un assist per farmi prendere pe’ icculo?

Per dire: una mia fonte mi ha rivelato che al call center di Fastweb arrivano diverse lamentele, tutte più o meno simili.
Certo che le persone possono immaginare che la loro connessione vada, ma gradirebbero anche avercela davvero, ‘sta benedetta connessione.

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Digital natives in pensione

Il seguente post rispetta l’ambiente, in quanto riciclato al 100% da un blog che si è autodistrutto il 31 gennaio insieme a Splinder.
NdR: quello che state per leggere l’avevo scritto il 22 gennaio 2010, ma, dopo le dichiarazioni di Monti sul posto fisso, lo trovo ancora attuale.

Settimana scorsa ho dovuto riflettere seriamente su una cosa che finora avevo sempre  trascurato.
E cioè la pensione.

Non che avessi sottovalutato la questione, più che altro mi rassegnavo al fatto che la mia generazione non avrebbe mai raggiunto gli anni di contributi necessari. Che probabilmente verremo licenziati prima – a proposito: conoscete donne over 50 che lavorano in agenzie pubblicitarie? Non rispondetemi “sì”, ditemi quante sono.
O che semplicemente quello che l’INPS potrà darci non sarà mai abbastanza per permetterci una vita dignitosa.

Ne ho parlato con un amico che per un certo periodo ha fatto l’assicuratore.

E mi sono fatta assalire dai dubbi e dal pessimismo: “Ma come faremo? Se a 60 anni ci lasceranno a casa, con un benservito che basterà a tirare avanti per un annetto, come faremo?”.

Che stupida.
La risposta è così ovvia.

Saremo totalmente free-lance. Ognuno di noi dovrà ingegnarsi a trovare altri canali in cui far convergere le proprie energie, capacità e – allora sì potremo averla – la propria esperienza.

Corsi, libri, negozi, start-up…

Tutto via Internet – non si sa mai, il fisico potrebbe giocarci degli scherzetti.

Quindi, lo vogliamo risolvere il problema della banda larga sì o no?

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Il piano B

Se nella vita mi dovesse andar male come pubblicitaria (tié!), mi piacerebbe finire così:

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machedavvero (l’ho intervistata)?

Il suo blog mi aveva già convinta dal titolo, “machedavvero? – Dal Pampero ai Pampers e ritorno”.

Dopo aver letto un solo post, mi sono iscritta per essere sicura di ricevere ogni singolo aggiornamento.

Confesso di non aver comprato ancora il suo libro, ma confido di riceverlo per il mio compleanno – che è tra 18 giorni, nel caso ti sia venuto l’irresistibile impulso di farmi questo regalo.

Chiara Cecilia Santamaria, aka Wonderland, probabilmente non sospetta di essere riuscita in un piccolo miracolo: farmi appassionare a un mommyblog. Come ha fatto? Innanzitutto perché, nonostante sia una mamma, non parla esclusivamente di maternità. E poi perché, anche quando lo fa, ha un modo di raccontare tutto suo, ironico e mai banale.

Quindi sì, si può dire che io sia diventata una sua fan, facebokkianamente parlando.

Ma se di solito i fan chiedono un autografo, io le ho chiesto un’intervista. Hey, ognuno ha le sue fisse.

IO: Allora, hai un blog, ma scrivi anche per il sito www.piccolini.it (made by Barilla), collabori con diverse aziende, t’inventi le magliette per Threadless, scrivi per Vanity Fair, Cosmopolitan e una serie di altri giornali/blog/chipiùnehapiùnemetta. Ah già, hai anche un marito e una figlia. Scusa ma dove lo trovi il tempo, anche solo per una ceretta?

LEI: Beh, tutto quello che hai elencato è semplicemente il mio lavoro. Come tutte le mamme lavoratrici sono sempre nel caos più completo, e mi salvo grazie all’aiuto di nonna e tata (ecco, ora che mi trasferisco a Londra ci sarà da ridere in proposito). C’è anche da dire che non mi sento in colpa, quando ne ho l’occasione, a mollare la bimba al papà mentre io ne approfitto per dedicarmi un po’ a me stessa. Qualcosa che, secondo me, ogni donna dovrebbe ricordarsi di fare.

IO: Scrivi bene, disegni bene, fai belle foto, sei bella, non ho mai assaggiato un tuo piatto ma da quel che ho visto mi sembra che sai pure cucinare. Capisci che ora il mio ego ha bisogno di sapere almeno un tuo difetto. Un VERO difetto. Ti prego, non fare come le modelle che si lamentano dei loro piedi.

LEI: Il difetto è quello di chi vuole fare tante (troppe?) cose: forse non ce n’è una che faccio davvero davvero bene. Appena cerco di concentrarmi su qualcosa ecco che mi viene la voglia di fare qualcos’altro. Ne uscirò mai? Chissà. Nel frattempo, però, mi diverto.

IO: Per molte donne la gravidanza può essere un ostacolo al lavoro. A te, invece, ha aperto nuove strade. Dato che non penso sia stata una questione di culo, che consiglio daresti alle ragazze che sognano una famiglia, ma anche una carriera?

LEI: Di tenerlo bene a mente, quindi di non lasciarsi scoraggiare dalle (molte) difficoltà che le donne incontrano, specie in Italia. Poi, consiglio di creare una rete di supporto. Se le nonne abitano vicine meglio, altrimenti anche organizzarsi con altre mamme che incontrano gli stessi problemi può essere un’idea. E poi cercare, almeno nel microcosmo familiare, di non prendersi tutte le responsabilità genitoriali ma cercare di dividerle con il proprio partner. L’idea che debba essere sempre tutto sulle spalle della mamma è tipicamente italiana, e va superata.

IO: Ultima domanda. Se tua figlia ti chiedesse cos’è la pubblicità, cosa le risponderesti? Tranquilla, non m’offendo. 😉

LEI: Ho lavorato nel settore della comunicazione, quindi non posso che essere a favore della (bella) pubblicità. Se dovessi spiegarla a mia figlia? Se ben fatta, è quella cosa che ti fa pensare ad un prodotto con un sorriso.

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