Archivio mensile:marzo 2012

Si fa presto a ruggire

Ieri sono stati proclamati ufficialmente i Giovani Leoni – apro una piccola parentesi per spiegare cosa sono i Giovani Leoni a chi non è del mestiere.

Si tratta di un concorso per pubblicitari che non hanno più di 28 anni. Ci sono 4 categorie: print (cioè le campagne stampa), film (cioè gli spot), digital (cioè i banner) e design (cioè i loghi). Perché non chiamiamo le cose con il loro nome? Non lo so. Comunque, alle 9 di un sabato mattina sono stati pubblicati sul sito relativo 4 brief, uno per categoria. I partecipanti avevano 24 ore di tempo per trovare l’idea giusta per una pubblicità e realizzarla. Chi vinceva, si sarebbe aggiudicato non solo la gloria, ma anche la possibilità di rappresentare l’Italia a un concorso analogo che si svolge ogni anno a Cannes, durante il più prestigioso festival della pubblicità. Lo so, lo so, avevate sentito parlare solo di quell’altro festival.

Io ho partecipato e ho scelto la categoria stampa (tema: L’Amico Charly, un’associazione che si occupa di dare sostegno agli adolescenti in difficoltà), ma non ho vinto. Non chiedetemi di mostrarvi il mio lavoro, non ne vado molto fiera. Ecco perché ieri non mi sono presentata nemmeno alla serata di premiazione, dove – dicevo in apertura di post – sono stati svelati i nomi dei vincitori.

Tra cui, proprio nella categoria stampa, figuravano quello di Luca Pedrani e di Federica Facchin, autori di quest’annuncio.

Molto carino, non c’è che dire.

Qualcosa da ridire l’hanno avuto, invece, altri partecipanti (contro i vincitori) e pubblicitari fuori gara (contro la giuria).

Il motivo è che la tecnica utilizzata, e cioè quella di dividere in due il testo, non è proprio nuova. Diciamo, più lavata con Perlana.

Ora, quello che penso io è: ok, non si tratta di creatività al 100%. Ma quanti dei lavori iscritti lo erano?

Il vincitore di una gara non è detto che sia sempre quello che fa un nuovo record/che è più qualificato/che trova l’idea del secolo.

A volte il vincitore è semplicemente quello che fa meglio degli altri.

Prima di criticare chi ha vinto o chi ha giudicato, chiediamoci perché noialtri non siamo riusciti a fare meglio di qualcosa di già visto.

Già, perché io la coscienza pulita-pulita non ce l’ho (e infatti ieri sera manco sono andata alla cerimonia). Dunque non mi sento esattamente il genio incompreso, ecco. Voi sì? Allora non limitatevi a ruggire inviperiti: fateci vedere le vostre opere.

E comunque un “Epic Win” ha chi ha ideato questo spoof:

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Una bella lezione

Non so che senso abbia raccontare di un evento vecchio di due settimane e i cui ricordi iniziano a diradarsi.

Facciamo allora che, anzichè farvi la blogcronaca della tweetcronaca, vi racconterò quello che mi è rimasto, e che ho imparato, della Hall of Fame.

  • Ho imparato a essere un po’ meno precisina.
    Essere puntigliosi nel lavoro è normalmente un pregio. Tranne nel caso in cui ti trovi a dover gestire una diretta Twitter.
    Sono una maniaca del controllo (il mio collega mi ha definita tecnicamente “rompicoglioni”) e se c’è una cosa che detesto è fare un refuso.
    Be’, se andate a rivedervi i tweet di quella serata di refusi ne troverete, eccome.
    È che a un certo punto devi scegliere: o te ne stai lì a litigare col correttore automatico dell’iPad, o segui la retorica finissima di Philippe Daverio, le sue stoccate ad Annamaria Testa e le belle risposte di lei. Pazienza per quegli apostrofi al posto degli accenti.
  • Ho imparato che avrò sempre soggezione degli uomini di cultura, e che la mia ammirazione andrà sempre a quelle donne che ce l’hanno fatta.
    Philippe Daverio è passato dal tedesco al romanaccio, passando per il latino. Ha sciorinato una serie di aneddoti storici e artistici. Ha sbeffeggiato con garbo noi pubblicitari e si è dimostrato un po’ diffidente nei confronti dei giovani. Annamaria è la seconda donna in assoluto ad aver ricevuto un premio del genere, ha saputo farsi un nome in un ambiente del genere e non è certo un tipino che sta zitta. Per me, il suo esempio vale più di mille parole.
  • Ho imparato che parlo parlo, ma se mi trovo di fronte al mio mito divento un’ameba, mi zittisco e tendo a mimetizzarmi con la tappezzeria.
    Ma probabilmente avrei fatto una figura peggiore se avessi tentato di instaurare un dialogo.
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Ansia da prestazione

Ci sono Annamaria Testa, Philippe Daverio e io…

Lo so, sembra l’inizio di una barzelletta. Per fortuna, la mia figura è del tutto marginale: sarò infatti un uccellino che twitterà live l’ingresso nella Hall Of Fame ADCI di un pezzo della pubblicità italiana e un pozzo di cultura.

Precisamente domani, dalle 18.30 (ma anche qualche minuto prima) in poi.

Per chi di voi – giustamente – non vive di pubblicità, spiego brevemente cos’è la Hall of Fame dell’ADCI.

Allora, l’ADCI è l’associazione dei pubblicitari italiani. La sua Hall of Fame, però, non premia solo i membri del settore in senso stretto, ma riconosce anche i meriti di chi ha dato una mano alla creatività in generale.

Ora, dire che farò la diretta Twitter dell’evento fa molto figo, ma il punto è che il mio curriculum non vanta chissà quante dirette Twitter e questo riduce la figaggine di molto. Mooolto.

In più, aggiungeteci il fatto che io a volte faccio ancora fatica a considerarmi una pubblicitaria, figuriamoci una donna acculturata, e domani sarò circondata da gente di un certo livello…

C’ho l’ansia, ecco.

Ora, per favore, cercate almeno di starmi vicini e farmi compagnia.
Qui.

L’hashtag per chi vorrà seguire la serata in tutta la sua completezza (mica son l’unica a twittare) è #hofadci

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