Archivio mensile:maggio 2012

Social a ogni costo

Anch’io faccio quel lavoro che chiamano “social media consultant” (e che suona comico quando per spiegarlo dici “gestisco le pagine Facebook delle aziende”).

Quindi so di cosa parlo.

So cosa vuol dire doversi inventare ogni giorno qualcosa di nuovo da dire.

Conosco la frustrazione che si prova quando un tuo contenuto non ha ottenuto i “Mi piace” o i retweet che ti aspettavi.

E ho imparato anche che quando si cavalca l’onda dell’attualità si ottiene qualche risultato di più.

Il fatto che questa regola non valga nel caso in cui l’attualità diventi cronaca nera non l’ho imparato, lo sapevo già. Me lo suggeriva il mio lato umano.

Quindi immagino che sia stato un GASSS, ovvero un Generatore Automatico di Stupidi Status Social a pubblicare stamattina il post di Groupalia

o quello di Prenotable

o ancora quello di Brux Sport

Naturalmente è inutile che cerchiate sui rispettivi profili tracce dei tweet incriminati: sono stati cancellati, dopo che la gente non ha esitato a definirli atti di sciacallaggio.

Al loro posto, ora, campeggiano scuse da parte di country manager, CEO e dalla “direzione”.

Ma perché scusarsi? In fondo l’aveva detto Einstein: due cose sono infinite. E sull’universo ci sono ancora dei dubbi.

Ma quand’è che abbiamo deciso che dovevamo “fare i social” a ogni costo?

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9 segnali che stai leggendo un post

1) Il titolo si presenta sottoforma di “X + titolo”, dove “X” è un numero compreso tra 3 e 10.

2) Nel testo è presente un elenco.

3) Il primo ad aver pubblicato su Twitter il link è l’autore stesso del post.

4) C’è un’immagine, anche quando non ce ne sarebbe bisogno.

5) Capisci che l’autore ha scritto più spinto dall’esigenza di dover aggiornare il proprio blog, che dal fatto che avesse realmente qualcosa da dire.

7) Secondo me, prima o poi, ti ritrovi a leggere l’espressione “secondo me”.

6) Per non parlrae dell’errore. Quello ci scappa sempre.

8) Alla fine ti chiedi perché il blogger ci tenga così tanto all’elenco, se nemmeno hai fatto caso alla numerazione sbagliata.

9) Dato che secondo te non è da commentare, non commenti.

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Auguri

Non credo che questo spot potrà ambire a un premio a Cannes, dove ogni anno si svolge il più importante festival pubblicitario del mondo.

Noi pubblicitari siamo un po’ troppo snob per far vincere un video così commerciale.
Ci attaccheremmo al fatto che è un po’ paraculo, che sarebbe stato meglio se qualche figlio avesse sbagliato il suo esercizio, che i padri sono assenti e le donne principalmente delle casalinghe.

Tuttavia, non ho ancora trovato una madre a cui non sia piaciuto e che non l’abbia trovato toccante.

Soprattutto, P&G è riuscita in un piccolo, grande miracolo: le mamme VERE si sono riconosciute in quelle televisive.
Anche se i loro figli non saranno presenti a Londra 2012.

O a Cannes.

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Quel che la scuola ignora

Questo post rispetta l’ambiente, in quanto riciclato al 100% da un blog che si è autodistrutto il 31 gennaio insieme a Splinder.
Non è che sia pigra e non abbia voglia di scrivere qualcosa di nuovo, eh, è che lo trovo ancora attuale (sebbene sia stato scritto 4 anni fa). Anzi, dato il “delicato periodo storico”, come eufemisticamente chiamiamo la crisi, direi che vale cento volte di più.

 

Oooh, qui non ci sono santi; potrete pur dubitare del mio parere di copywriter, essendo ancora una novellina del settore, ma come studentessa, eh no, ho quasi vent’anni d’esperienza, dunque non si discute.

Sottoscrivo in pieno tutto quanto Umberto Galimberti scrisse, il 5 aprile del 2007, in un articolo per Repubblica: questa scuola mortifica la creatività, è una catena di montaggio all’interno della quale, una volta capito il meccanismo di funzionamento, uno studente riesce a destreggiarsi, per rimanere poi con un pugno di mosche in mano al primo spiraglio di mondo lavorativo.

La mia accusa più accorata va, naturalmente, all’università, che tratta i suoi – paganti – iscritti come una massa di automi ai quale inculcare nozioni, date, nomi, senza preoccuparsi di una rielaborazione e messa in pratica di quanto insegnato.

“(…) la scuola tende a privilegiare «l’intelligenza convergente», che è quella forma di pensiero che non si lascia influenzare dagli spunti dell’ immaginazione, ma tende all’ univocità della risposta a cui tutte le problematiche vengono ricondotte. Assolutamente trascurata è invece «l’intelligenza divergente» tipica dei creativi, capaci di soluzioni molteplici e originali, perché, invece di accontentarsi della soluzione dei problemi, tendono a riorganizzare gli elementi, fino a ribaltare i termini del problema per dar vita a nuove ideazioni.

I programmi ministeriali, costruiti per intelligenze convergenti (a domanda rispondi) scoraggiano spunti ideativi, mortificano varianti creative che, opportunamente coltivate, sono le uniche ad assicurare il progresso del sapere.”

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There’s no business like school business

Un paio di settimane fa sono successe due cose che mi hanno portato a scrivere questo post.

La prima: una scolaresca è venuta a vedere come lavoravamo in agenzia. Che poi, se dico così voi v’immaginate bambine in grembiule e bambini con la cartella, ma in realtà si trattava di più che adolescenti che frequentavano un – postdiploma? Istituto superiore? Sinceramente, non ho capito – di marketing.

Incuriosita, ho chiesto ai ragazzi se la loro scuola fosse prettamente teorica (vedi: la mia Facoltà di Scienze della Comunicazione) o un po’ più pratica. La risposta non mi ha lasciato dubbi:

“Molto pratica. Spesso decidiamo che frasi mettere sulle pubblicità che vediamo.”

La terminologia, probabilmente, non sarà la lacuna peggiore che l’istituto lascerà ai suoi futuri ex studenti (ho sentito anche la parola “slogan”, che, a dispetto di quello che molti credono, in un’agenzia non si usa mai).
Qui il problema è proprio alla base. Il marketing, la comunicazione sono mestieri e come tali vanno affrontati. Non si può improvvisare – quella è roba da artisti, non fa per noi.
Se siamo noi i primi a trattare con sufficienza il nostro lavoro, non possiamo pensare che gli altri – che magari fanno i medici, gli ingegneri, gli avvocati – ci prendano sul serio.

Quindi, insomma, non è cattiveria se ho pensato che quella scuola in realtà stesse vendendo fumo più che una preparazione adeguata, no?

Comunque, passano pochi giorni e una pubblicità in metropolitana m’informa che allo IED si tengono corsi per diventare “fashion blogger”.

Ora: avete mai sentito di qualche fashion blogger uscita dallo IED?

Scusate, ho sbagliato, riformulo la domanda.

Avete mai sentito di qualche Blogger con la “b” maiuscola che per diventare tale abbia avuto bisogno di un corso? DELLO IED?!?

Qualcosa mi dice che più che insegnare moda, qui qualcuno stia cercando di sfruttare una moda. Tra l’altro, già passata.

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