Quel che la scuola ignora

Questo post rispetta l’ambiente, in quanto riciclato al 100% da un blog che si è autodistrutto il 31 gennaio insieme a Splinder.
Non è che sia pigra e non abbia voglia di scrivere qualcosa di nuovo, eh, è che lo trovo ancora attuale (sebbene sia stato scritto 4 anni fa). Anzi, dato il “delicato periodo storico”, come eufemisticamente chiamiamo la crisi, direi che vale cento volte di più.

 

Oooh, qui non ci sono santi; potrete pur dubitare del mio parere di copywriter, essendo ancora una novellina del settore, ma come studentessa, eh no, ho quasi vent’anni d’esperienza, dunque non si discute.

Sottoscrivo in pieno tutto quanto Umberto Galimberti scrisse, il 5 aprile del 2007, in un articolo per Repubblica: questa scuola mortifica la creatività, è una catena di montaggio all’interno della quale, una volta capito il meccanismo di funzionamento, uno studente riesce a destreggiarsi, per rimanere poi con un pugno di mosche in mano al primo spiraglio di mondo lavorativo.

La mia accusa più accorata va, naturalmente, all’università, che tratta i suoi – paganti – iscritti come una massa di automi ai quale inculcare nozioni, date, nomi, senza preoccuparsi di una rielaborazione e messa in pratica di quanto insegnato.

“(…) la scuola tende a privilegiare «l’intelligenza convergente», che è quella forma di pensiero che non si lascia influenzare dagli spunti dell’ immaginazione, ma tende all’ univocità della risposta a cui tutte le problematiche vengono ricondotte. Assolutamente trascurata è invece «l’intelligenza divergente» tipica dei creativi, capaci di soluzioni molteplici e originali, perché, invece di accontentarsi della soluzione dei problemi, tendono a riorganizzare gli elementi, fino a ribaltare i termini del problema per dar vita a nuove ideazioni.

I programmi ministeriali, costruiti per intelligenze convergenti (a domanda rispondi) scoraggiano spunti ideativi, mortificano varianti creative che, opportunamente coltivate, sono le uniche ad assicurare il progresso del sapere.”

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