Archivi categoria: Perché lo fai

Qual è il tuo prezzo?

“Questo è un servizio utile a chi vuole entrare nei meccanismi della selezione delle importanti commesse che viste da fuori affascinano e fanno comprendere come si muovono i migliori professionisti del settore.”

Riccardo Scandellari, www.skande.com

“Un progetto diverso dal solito, che si può apprezzare o meno, può funzionare o meno, ma che aspetterei di vedere nella sua esecuzione (almeno nelle prime fasi) prima di dare un giudizio definitivo. Sicuramente un’iniziativa che non tutti i brand, a mio avviso, potrebbero permettersi.”

Davide Basile, www.kawakumi.com

“Per la prima volta un brand automotive lancia una sfida altamente originale”

Giuliano Ambrosio, www.juliusdesign.net

Niente male come recensioni, vero? Ma ora vediamo: qual è questo progetto così innovativo, originale e coraggioso? Eccolo.

Una gara tra agenzie. Una gara gratuita per la precisione, che non rappresenta certo una novità nel settore pubblicitario – se non che qui viene spettacolarizzata, messa sotto forma di talent, con i blogger chiamati non a fare da giudici ma a raccontare.

Una volta ho sentito un ragazzo affermare che tutti hanno un prezzo, bisogna solo capire quale. Io inorridii, ci litigai 1) perché la persona in questione non mi stava troppo simpatica 2) perché uno mica può essere consapevole di questa cosa e rimanere in pace con la propria coscienza, no?

Eppure, a malincuore, devo ammettere che è vero.

C’è chi accetta di partecipare a un programma tv e fare insinuazioni sulla madre-presunta-assassina o sul cacciatore-presunto-assassino, pur di avere quei 15 minuti di celebrità.

C’è chi pur di aggiungere al curriculum di aver allenato una (ex) grande squadra, di fatto rinuncia a fare il proprio lavoro e mette in campo le direttive del Presidente.

C’è chi è disposto a far tacere la propria vocina interiore almeno per un po’, giusto il tempo di portarsi a casa il campioncino omaggio per la stampa.

E queste sono sicuramente cose peggiori che farsi influenzare perché un brand internazionale ha scelto te come uno dei pochi blogger chiamati a fare da “ambassador” – ricordo che pure io una volta evitai ironia e critiche nel raccontare di un evento per blogger, addolcita dalla trousse che l’azienda cosmetica mi aveva gentilmente regalato.

Tanto lo sappiamo entrambi che, se non fossi coinvolto direttamente nell’operazione, penseresti non che questa di Mercedes sia una cazzata. Piuttosto, la corazzata Potemkin di tutte le cazzate.

Quella di Mercedes non è un’idea: è l’assenza assoluta di idee. Ma questo non è il peggio – giacché le idee potrebbero/dovrebbero venire dall’agenzia creativa. Qual è l’obiettivo marketing di questo progetto? Perché io non lo vedo. Conversation tra i pubblicitari? Fatto. Reputation? Distrutta.

Ma siamo in Italia e non in Germania: presto il flame che si sta scatenando nel settore passerà, qualche agenzia parteciperà alla gara e noi potremo finalmente vedere alla luce il frutto di un servizio così utile, nonché una sfida altamente originale (cit. sigh).

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La strategia paga?

Gardaland1

Una volta, durante un corso, mi raccontarono questa storia:

c’è un’azienda che produce dentifrici che vuole incrementare il fatturato. Ma il mercato è un po’ stagnante, la concorrenza è elevatissima e le classiche promozioni del tipo “prendi 3, paghi 2” si sono rivelate poco efficaci nel lungo termine.

Eppure, alla fine, l’azienda riesce a incrementare il suo fatturato. Come? Con una piccola, quasi invisibile, ma geniale idea: allargare di un solo millimetro il buco del tubetto da cui esce il dentifricio. Il nostro polso ha una memoria che fa sì che esercitiamo sempre la stessa pressione sul tubetto, quindi schiacchiandolo, con questa modifica, fuoriesce più prodotto. Che quindi finisce prima e va riacquistato più frequentemente.

Questo è un esempio di come, in mancanza di nuovi clienti, si deve cambiare il punto di vista se si vuole aumentare il guadagno.

Ne volete un altro? L’ho visto coi miei stessi occhi, a Gardaland.

Il parco giochi più famoso d’Italia, che stava risentendo come tutti della crisi (non lo dico tanto per dire, eh), cosa ha deciso di fare?

Se Maometto non va alla montagna, la montagna spremerà di più i suoi visitatori attuali.

Trasformare una delle criticità di Gardaland, la coda, in una nuova fonte di reddito.

Così, mentre in alcune attrazioni compaiono cartelli che accusano e proibiscono la modalità tipicamente italiana del saltare la coda (pena l’allontanamento dal parco), allo stesso tempo, davanti alle stesse attrazioni, esiste la possibilità di saltare effettivamente la coda pagando un extra di 4€ a persona. Tutto questo viene confezionato nel pacchetto “Gardaland Express” – perché la parola “saltacoda” è proibita, la modalità no.

Naturalmente, il fatto che gruppi abbastanza cospicui possano mettersi in prima fila contribuisce ad allungare la coda effettivamente esistente, così i minuti di attesa preannunciati prima di ogni attrazione nel pomeriggio superano abbondantemente i 30 minuti e questo messaggio fa sì che la gente sia più propensa a spendere quei famosi 4€ (come ho sentito dire da un visitatore “il mio tempo vale molto di più di quei soldi!”). E se più persone saltano la fila, questa si allunga, i minuti di attesa aumentano e via così, in un circolo vizioso che diventa virtuoso per le casse.

Ora confesso che io non sarei mai arrivata a questo pensiero se non fossi andata ai Corsari. Chi conosce un poco Gardaland, sa che i Corsari sono un’attrazione poco attraente per i giovani e più adatta per le famiglie, perché sostanzialmente si tratta di un giro in una scenografia. Primissimi anni a parte, quando era “la novità da vedere”, non ha mai richiamato un gran pubblico, anche perché non ci sono emozioni in gioco ed è un po’ sempre la stessa storia.

Sicura di non trovare code, per favorire la digestione post (scadente) pranzo, sono arrivata in pochi minuti davanti all’ingresso principale dove… Sono stata fermata. Per diversi minuti. In attesa che arrivasse qualcuno dei paganti saltacoda. Che non arrivavano perché, guarda un po’, non c’era coda. Ma l’attesa ingiustificata ha contribuito a creare la fila. Sono arrivati i primi saltafila. E poi, dopo altri minuti di attesa, sono potuta entrare.

Da persona che lavora nel marketing, ho capito.

Da persona che comunque ha già abbondantemente pagato per entrare a Gardaland no.

Da persona che odia il metodo italiano del “questa cosa è illegale, ma se paghi diventa magicamente legale e guardi con fare sprezzante i poveracci che non possono” ancora meno.

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Breviario per insultare il copywriter

Recenti fatti svoltisi nella mia vita mi hanno portato a scrivere questo post. Perché litigare con un copywriter non è come litigare con una persona qualsiasi: per il primo si tratta di un esercizio di stile e senza i dovuti accorgimenti si rischia di soccombere. Ecco quindi una piccola guida d’uopo per l’uomo comune.

1)      Allenati a rispondere prontamente e in maniera creativa. Il copywriter è una persona che per lavoro, ogni giorno, deve usare le parole in maniera originale e spiazzante. Tu non puoi essere da meno. E questo ci porta direttamente al punto numero

2)     Non usare le parolacce. Troppo cheap, troppo facili e soprattutto banali. Siamo talmente abituati che ormai ci scivolano addosso come niente fosse, tanto che non si fa più differenza tra una “troia” e una “stronza”. Sono state talmente usate e abusate, da essere state svuotate di ogni senso. Ahimé.

3)      Insulta ad personam. Ecco cosa non si dimentica. Quella stilettata proprio lì, sul tuo punto debole. Ma non perdere mai di vista il punto focale della tua comunicazione: non stai giudicando una persona. Non criticarne la vita, non sei nella posizione di farlo. Stai litigando per un motivo preciso, non per la semplice voglia di: definisci margini e limiti delle tue accuse e coltiva bene quell’orticello.

4)      Non insultare. “Ma come – mi dirai – tutta questa pappardella e poi mi neghi il piacere?”. No, dico solo che perculare è ancora più appagante.

 Infine, la più importante di tutte:

5)      Fai attenzione alla grammatica. Ricordati che dietro ogni copywriter c’è un piccolo grammar nazi pronto a uscire non appena gli si presenterà l’occasione. Attenzione soprattutto a (in ordine d’importanza e di frequenza degli errori)

  • consecutio temporum
  • declinazione di genere e numero
  • “qual è” e la differenza tra apostrofo e accento (se l’offesa è scritta, tipo lasciata su un biglietto rivolto alla gentile attenzione del tuo coinquilino)
  • ripetizioni – sì, anche le ripetizioni sono errori per un grammar nazi.

 

Spero che questa guida possa essere utile. Prima di andarmene vorrei ricordare che ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale.

Sì sì.

Di pelo, pubblicità e professionalità

La pubblicità è spesso accusata di sfruttare e denigrare il corpo della donna.
La questione mi riguarda doppiamente, in quanto donna e in quanto pubblicitaria.
E certo non posso far finta di niente quando, girando per Facebook, vedo

CampagnaEstetica

Ora, vi dirò: quello che più mi infastidisce non è tanto l’immagine dell’uomo che guarda sotto la gonna di una donna. Sono cresciuta negli anni ’80, i miei coetanei all’asilo tormentavano noi bambine con questa canzone e solo pochi giorni fa ho visto una pubblicità che faceva dell’ironia sui femminicidi, figuriamoci.

Ad innervosirmi è la frase – in maiuscolo, per giunta: “ECCOLA FINALMENTE! L’ABBIAMO PENSATA E REALIZZATA NOI DI BODY SLIM!!”.

Se tutti si scandalizzano – ragionevolmente – quando un politico diventa ministro di una materia di cui non ha competenza, perché non dovrei arrabbiarmi quando un imprenditore vuole fare il pubblicitario?

Così decido di scrivere un appello su Facebook, invitando i miei “amici” a scrivere sulla pagina di Estetica Body Slim quello che pensano della pubblicità sopracitata. Da parte mia, commento con un sintetico “VERGOGNATEVI!” e noto che due o tre persone di mia conoscenza la pensano più o meno come me.

Passano pochi minuti e vengo informata del fatto che tutti i messaggi contenenti una critica sono stati cancellati dalla pagina, compreso il mio. In questo modo, casualmente, rimangono solo i complimenti – di chi ha lavorato alla stessa pubblicità, tra l’altro.

L’asticella del mio fastidio si alza ulteriormente, ma non è nemmeno questo fatto a spingermi a scrivere un post che parla, appunto, “Di pelo, pubblicità e professionalità”, no.

La causa scatenante è il messaggio che mi sono ritrovata nella posta privata di Facebook – e che confesso di aver visto con un giorno di ritardo.

messaggio1

A cui segue, dopo il mio silenzio, quest’altro messaggio (sempre inviatomi in privato)

messaggio2

Per la precisione, la finezza di cui parla è un’opera giusto un tantino conosciuta:

L’Origine-du-Monde_1

“L’origine du monde”, Gustave Courbet, 1866.

Nonostante tutto, è forse vero che devo delle spiegazioni. Eccole:

1) Ho 29 anni, sono adulta e vaccinata. Vengo da un piccolo paesino, al liceo ero in una classe composta quasi esclusivamente da donne, dunque credetemi: conosco la finta cortesia. Quel sandwich di “Ciao Cara” e “Ti auguro una splendida giornata”, giusto per attenuare l’infarcitura di insinuazioni un po’ acide, non mi serve, grazie.

2) Ho scelto deliberatamente di rendere visibile a tutti il mio profilo Facebook – sono per la teoria che se non si vuole far sapere qualcosa, basta non scriverla sui social network. Questo non significa però che chiunque possa sentirsi libero di scrivermi più messaggi privati, nonostante il mio silenzio. E comunque sì, trovo un po’ inquietante il fatto che qualcuno sia risalito da un mio commento al mio posto di lavoro, quindi alla pagina Facebook della mia agenzia, per poi passare in rassegna uno a uno i post che pubblichiamo, alla ricerca della “prova da rinfacciarmi” (datata 8 marzo).

3) La (immagino) responsabile dell’azienda mi scrive: “Non capisco proprio l’accanimento nei miei confronti”, ma si sbaglia: non sono io che ne sto facendo una questione personale. Io ho scritto sulla pagina pubblica di un’azienda, commentando il lavoro che immagino non sia stato concepito e realizzato da una singola persona. Qualcun altro, semmai, ha dato il nome di un’azienda anche a un profilo personale – cosa che Facebook, tra l’altro, vieta – e qualcun altro è andato a spulciare nella mia biografia.

4) I due link accusati riguardano ARTE. Quella che fa Estetica BodySlim come la mia agenzia si chiama “PUBBLICITÀ”. Sentite come suonano diverse? È perché lo sono.

5) La pagina Facebook di un’azienda non è la sua casa, ma la sua piazza. E se qualcuno viene per lamentarsi, non lo si può cancellare e fare finta di nulla, come un “Truman show” dove rimangono solo i sorrisi stampati e le battute da copione.

Poi basta, mi fermo qui.

Chiudo segnalando un articolo che Pasquale Barbella ha scritto per il Corriere: “Il male della pubblicità è che qualsiasi idiota può farla”.

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Politically scorrect

E niente, pare proprio che ultimamente chi ha un blog sulla pubblicità non possa esimersi dal parlare di politica – anche se, pur di evitare l’argomento, non posta da quasi un mese.

Prima ci sono state le elezioni americane, con tutta la scia di parodie e strizzatine d’occhio che seguono.

Poi le primarie del PD e il colpo di genio di non so quale “nipote di”.

Fino ad arrivare a oggi, giorno in cui la Meloni decide di candidarsi alle Primarie puntando su un programma che sta molto a cuore all’elettorato del PDL.

Forse è meglio tornare in letargo.

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Con un poco di immaginazione

Voglio provare a immaginare che quello che ho letto non è davvero stato detto.

O meglio, non è stato capito.

Sì, voglio credere che abbiamo sbagliato. Che siamo noi in errore. Tanto per cambiare.

Ecco come stanno le cose: quella della Fornero è tutta una strategia.

In realtà lei sta riuscendo là dove la scuola italiana (pubblica o no, la differenza è minima) ha miseramente fallito.

Ci ha insegnato una nuova parola inglese.

E “choosy” è solo l’inizio. Presto sulle prime pagine di tutti i giornali arriveranno anche le altre lezioni, gratuite.

Rimarremo sempre dei poveri choosy, ma con un perfetto accento british.

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Si vive di sola gloria

Due giorni fa mi sono imbattuta in questo post di designerblog:

Designerblog.it cerca collaboratori

Leggi Designerblog.it e ti appassionano i blog? Ti piace leggere e ancora di più ti piace scrivere? Questo post potrebbe fare al caso tuo.

Siamo in cerca di un nuovo autore o autrice per Designerblog.it . Cerchiamo qualcuno o qualcuna che sappia comunicare, scrivere in un buon italiano e che abbia spiccate capacità di sondare novità e le tendenze.

Se l’idea di cimentarti con Blogo.it ti solletica, inviaci una mail a suggerimenti@designerblog.it inviandoci un tuo cv e un articolo di prova e spiegandoci il perché sei forse la persona che manca oggi al nostro blog. Ti ringraziamo fin da ora per essere nostro lettore o lettrice e speriamo di averti presto a bordo della grande nave di Blogo.it!

Blogo.it è, per sua stessa definizione, “la più importante realtà editoriale indipendente attiva nel panorama dei media digitali italiani” e vanta più di 300 collaboratori – pardon, “esperti del settore” e “blogger più influenti del panorama internet italiano”.

Ho così deciso di scrivere all’indirizzo mail che ho trovato nel post:

Ciao a te che stai leggendo questa mail,
ho letto che nella vostra redazione si cerca un blogger, ma dopo le recenti dichiarazioni di Lucia Annunziata sull’Huffington Post italiano credo ci sia una domanda lecita da fare:
voi i blogger li pagate?

Naturalmente, sto ancora aspettando una risposta.

A quanto pare chi lavora con un computer deve rassegnarsi a lavorare gratis. In fondo, viviamo per la gloria, no?

(PS: complimenti a questo grafico, che sa riderci su)

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9 segnali che stai leggendo un post

1) Il titolo si presenta sottoforma di “X + titolo”, dove “X” è un numero compreso tra 3 e 10.

2) Nel testo è presente un elenco.

3) Il primo ad aver pubblicato su Twitter il link è l’autore stesso del post.

4) C’è un’immagine, anche quando non ce ne sarebbe bisogno.

5) Capisci che l’autore ha scritto più spinto dall’esigenza di dover aggiornare il proprio blog, che dal fatto che avesse realmente qualcosa da dire.

7) Secondo me, prima o poi, ti ritrovi a leggere l’espressione “secondo me”.

6) Per non parlrae dell’errore. Quello ci scappa sempre.

8) Alla fine ti chiedi perché il blogger ci tenga così tanto all’elenco, se nemmeno hai fatto caso alla numerazione sbagliata.

9) Dato che secondo te non è da commentare, non commenti.

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There’s no business like school business

Un paio di settimane fa sono successe due cose che mi hanno portato a scrivere questo post.

La prima: una scolaresca è venuta a vedere come lavoravamo in agenzia. Che poi, se dico così voi v’immaginate bambine in grembiule e bambini con la cartella, ma in realtà si trattava di più che adolescenti che frequentavano un – postdiploma? Istituto superiore? Sinceramente, non ho capito – di marketing.

Incuriosita, ho chiesto ai ragazzi se la loro scuola fosse prettamente teorica (vedi: la mia Facoltà di Scienze della Comunicazione) o un po’ più pratica. La risposta non mi ha lasciato dubbi:

“Molto pratica. Spesso decidiamo che frasi mettere sulle pubblicità che vediamo.”

La terminologia, probabilmente, non sarà la lacuna peggiore che l’istituto lascerà ai suoi futuri ex studenti (ho sentito anche la parola “slogan”, che, a dispetto di quello che molti credono, in un’agenzia non si usa mai).
Qui il problema è proprio alla base. Il marketing, la comunicazione sono mestieri e come tali vanno affrontati. Non si può improvvisare – quella è roba da artisti, non fa per noi.
Se siamo noi i primi a trattare con sufficienza il nostro lavoro, non possiamo pensare che gli altri – che magari fanno i medici, gli ingegneri, gli avvocati – ci prendano sul serio.

Quindi, insomma, non è cattiveria se ho pensato che quella scuola in realtà stesse vendendo fumo più che una preparazione adeguata, no?

Comunque, passano pochi giorni e una pubblicità in metropolitana m’informa che allo IED si tengono corsi per diventare “fashion blogger”.

Ora: avete mai sentito di qualche fashion blogger uscita dallo IED?

Scusate, ho sbagliato, riformulo la domanda.

Avete mai sentito di qualche Blogger con la “b” maiuscola che per diventare tale abbia avuto bisogno di un corso? DELLO IED?!?

Qualcosa mi dice che più che insegnare moda, qui qualcuno stia cercando di sfruttare una moda. Tra l’altro, già passata.

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Ansia da prestazione

Ci sono Annamaria Testa, Philippe Daverio e io…

Lo so, sembra l’inizio di una barzelletta. Per fortuna, la mia figura è del tutto marginale: sarò infatti un uccellino che twitterà live l’ingresso nella Hall Of Fame ADCI di un pezzo della pubblicità italiana e un pozzo di cultura.

Precisamente domani, dalle 18.30 (ma anche qualche minuto prima) in poi.

Per chi di voi – giustamente – non vive di pubblicità, spiego brevemente cos’è la Hall of Fame dell’ADCI.

Allora, l’ADCI è l’associazione dei pubblicitari italiani. La sua Hall of Fame, però, non premia solo i membri del settore in senso stretto, ma riconosce anche i meriti di chi ha dato una mano alla creatività in generale.

Ora, dire che farò la diretta Twitter dell’evento fa molto figo, ma il punto è che il mio curriculum non vanta chissà quante dirette Twitter e questo riduce la figaggine di molto. Mooolto.

In più, aggiungeteci il fatto che io a volte faccio ancora fatica a considerarmi una pubblicitaria, figuriamoci una donna acculturata, e domani sarò circondata da gente di un certo livello…

C’ho l’ansia, ecco.

Ora, per favore, cercate almeno di starmi vicini e farmi compagnia.
Qui.

L’hashtag per chi vorrà seguire la serata in tutta la sua completezza (mica son l’unica a twittare) è #hofadci

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