Una piccola riflessione IN OFFERTA SPECIALE!

Ieri ero in viaggio e ho deciso di fare un COMPRO ORO esperimento.

Ho provato a contare quantI secondi ESSELUNGA passavano tra un messaggio pubblicitario e l’altro. SALDI FINO AL

Ho calcolato così che l’intervallo medio DAI PRODUTTORI DI è di 3 secondi.

Solo 3 secondi. IN SOLI 2 MINUTI

Come vedete, sulle nostre strade il traffico non è CAFFÈ PELLINI solo un problema d’auto.

PS: ogni riferimento a loghi e pubblicità realmente esistenti è puramente casuale. La verità è che sono così tanti – e così uguali – che alla fine non ne rimane impresso nemmeno uno.

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Come mi vede la pubblicità del caffè

Qui sono una che pensa solo ad accalappiare l’uomo e ad avere il brillocco per Natale.

Qui invece tiro fuori un po’ di carattere e di competitività. Nel lavoro? Macché: la mia vera ambizione è liberarmi dell’ombra della temibile ex.

Comunque quando voglio so anche prendermi gioco degli uomini. E approfittare dell’ocaggine delle altre.

Sono una ragazza quasi trentenne, una pubblicitaria e anche una grande consumatrice di caffè.
Eppure, ce ne fosse uno che sappia gratificarmi per questo.

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Breviario per insultare il copywriter

Recenti fatti svoltisi nella mia vita mi hanno portato a scrivere questo post. Perché litigare con un copywriter non è come litigare con una persona qualsiasi: per il primo si tratta di un esercizio di stile e senza i dovuti accorgimenti si rischia di soccombere. Ecco quindi una piccola guida d’uopo per l’uomo comune.

1)      Allenati a rispondere prontamente e in maniera creativa. Il copywriter è una persona che per lavoro, ogni giorno, deve usare le parole in maniera originale e spiazzante. Tu non puoi essere da meno. E questo ci porta direttamente al punto numero

2)     Non usare le parolacce. Troppo cheap, troppo facili e soprattutto banali. Siamo talmente abituati che ormai ci scivolano addosso come niente fosse, tanto che non si fa più differenza tra una “troia” e una “stronza”. Sono state talmente usate e abusate, da essere state svuotate di ogni senso. Ahimé.

3)      Insulta ad personam. Ecco cosa non si dimentica. Quella stilettata proprio lì, sul tuo punto debole. Ma non perdere mai di vista il punto focale della tua comunicazione: non stai giudicando una persona. Non criticarne la vita, non sei nella posizione di farlo. Stai litigando per un motivo preciso, non per la semplice voglia di: definisci margini e limiti delle tue accuse e coltiva bene quell’orticello.

4)      Non insultare. “Ma come – mi dirai – tutta questa pappardella e poi mi neghi il piacere?”. No, dico solo che perculare è ancora più appagante.

 Infine, la più importante di tutte:

5)      Fai attenzione alla grammatica. Ricordati che dietro ogni copywriter c’è un piccolo grammar nazi pronto a uscire non appena gli si presenterà l’occasione. Attenzione soprattutto a (in ordine d’importanza e di frequenza degli errori)

  • consecutio temporum
  • declinazione di genere e numero
  • “qual è” e la differenza tra apostrofo e accento (se l’offesa è scritta, tipo lasciata su un biglietto rivolto alla gentile attenzione del tuo coinquilino)
  • ripetizioni – sì, anche le ripetizioni sono errori per un grammar nazi.

 

Spero che questa guida possa essere utile. Prima di andarmene vorrei ricordare che ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale.

Sì sì.

Posto fisso sarà il tuo

Ho un’amica che fa la ricercatrice in Germania.

Dice che a marzo le scade il contratto, e che il suo capo vorrebbe continuare a lavorare con lei

ma non ci sono i soldi così, oltre a quella scientifica, dovrà fare anche ricerca dei fondi per finanziarsi.

Dice che la questione economica è trasversale a tutte le università, gli istituti e gli ambiti di studio

ma fa parte del mestiere

doversi conquistare la fiducia di chi mette mano al portafogli e dimostrare il valore del proprio lavoro.

E che comunque anche là quello del ricercatore non è un “posto fisso”.

Tutto questo lo dice serenamente, perché sa che non sarà un contratto a tempo indeterminato a determinare la riuscita o meno dei suoi sforzi.

Sa che l’eventuale fine della sua attuale collaborazione non sarà la fine della sua carriera

e se non dovesse saperlo lei, ne sono sicura io,

perché quello che la mia amica ha imparato è che l’unica cosa di cui un giovane dovrebbe avere paura è il momento in cui si inizia a dare per scontato il proprio posto e preferire sedercisi sopra, anziché muoverlo in nuove direzioni.

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Da Pennac alle penne (alle pene)

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Amo Pennac.

E ancor di più il suo incredibile personaggio: il signor Malaussène. Io ci proverei anche, ma proprio non riuscirei a descrivervelo bene in poche righe come fa il suo autore. Però posso dirvi che di lavoro fa il capro espiatorio.

Naturalmente è fantascienza letteraria. Nessuno fa il “capro espiatorio” di mestiere. Nella realtà lo chiamiamo “community manager” (o “social media manager” o “nonhocapitocosafaimasochestaituttoilgiornosuFacebook manager”).

E l’esempio mi è stato servito oggi, su un piatto d’argento.

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Naturalmente il presidente di una delle più grandi aziende italiane non ha tempo – nè, francamente, le capacità – di occuparsi dei social network del suo gruppo.

E naturalmente oggi non è stato lui quello che si è scervellato per

  • impedire che l’hashtag #boicottabarilla finisse nei Trending Topic di Twitter

Questi simpatici compiti sono spettati a lui, il community manager. Che tra l’altro potrebbe pure essere gay, eh.

E se a mio parere l’episodio di oggi non intaccherà minimamente i profitti dell’azienda, sono altrettanto certa che quello che è successo ha minato seriamente la psiche del nostro povero capro espiatorio.

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Se questa è una donna

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Grazie al suo discorso, la Boldrini è entrata ieri nei Trending Topic, gli argomenti più discussi su Twitter.

Ma che dico “discorso”: il Giornale ha estrapolato una frase, l’ha rigirata come linea editoriale impone e il risultato è stato che “Ora la Boldrini vuol sfasciare la famiglia: basta spot con le mamme che servono a tavola”.

Il risultato è stato una lunga serie di tweet, per la maggior parte contro la Presidentessa della Camera, che più o meno possiamo catalogare in 4 gruppi:

1° GRUPPO altrimenti detto “MA CHE, CE L’HA CON ME?!”
Sono donne, perlopiù casalinghe e naturalmente portano loro il pasto in tavola. Guai a toccargli questo punto d’onore: diventano la versione 2.0 di “La signora ammazzatutti”. La loro è una scelta consapevole, mica un obbligo, guai a mettere in forse questa certezza – perché allora dovrebbero iniziare a farsi delle domande.

2° GRUPPO altrimenti detto “L’EMANCIPAZIONE FEMMINILE SIGNIFICA ANCHE POTER SCEGLIERE DI FARE LA CASALINGA”
Spesso si tratta di una branca del gruppo 1. Nel ’68 si cercava disperatamente una risposta standard da dare a chi chiedeva più diritti alle donne in campo lavorativo e la geniale mossa di PR è stata quella di ribaltare l’attacco: le donne in carriera in realtà ce l’hanno con le casalinghe! Complimenti per il capo marketing d’allora, un po’ meno a chi 40 anni dopo copia-incolla ancora la frase succitata ogni qual volta si nomini la parola “emancipazione”.

3° GRUPPO altrimenti detto “CI SONO PROBLEMI PIÙ GRAVI”
Quelli che se fossero in Parlamento partirebbero direttamente dalla pace nel mondo, un po’ come Miss Italia, e passerebbero intere giornate dediti solo ed esclusivamente a questa causa. Probabilmente con gli stessi risultati attuali.

Ah, poi ci sono loro.

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Quelli del 4° gruppo, che dimostrano che la Boldrini ha effettivamente ragione.

Ma proprio tanta.

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Liberaci da questo male

Sono certa che qualcuno avrà pregato che il silenzio di questo blog si rivelasse eterno.

Mi spiace, ma non è ancora il momento.

E se qui è da un po’ che non mi faccio viva, in compenso su Facebook non ho lasciato stare nemmeno i Santi.

O i presunti tali.

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Così quando ho notato che la pagina di una gioielleria aveva taggato i profili di 11 preti sull’immagine di un bracciale, da brava bigotta di provincia quale sono, mi sono un po’ indignata.

Perché un’azienda che ci tagga su un suo prodotto ci sta in realtà usando come testimonial inconsapevoli.

Pensateci: cosa comporta un tag?

  • Nel newsfeed dei miei contatti di Facebook apparirrà la notizia che “compaio” in una foto
  • Nel mio profilo verrà pubblicato automaticamente il post altrui
  • Nell’album delle mie foto, eccola: l’immagine con tanto di tag, a formare ormai un tutt’uno indistinguibie con gli scatti che io intenzionalmente ho scelto di inserire.

Ora arriva la domanda numero 2: cosa comporta nello specifico comparire sul profilo di un “Don”?

  • La certezza di avere un certo bacino di “amici” (mal che vada qualche centinaio di anime di paese).
  • Una certa autorità e influenza trasmessa dal testimonial.

Ora mi si ribatterà che Facebook ha per l’appunto un’impostazione che permette di essere taggati solo dopo nostra autorizzazione. Ma siamo onesti: non rientra nel “pacchetto base” che il social network di Zuckerberg offre. Ergo, vallo a trovare.

Chiudo comunque con un sorriso. Quello che mi ha procurato la giustificazione data dal gioielliere sulla sua scelta di taggare 11 preti su un piccolo oggetto di lusso, proprio nel periodo in cui la Chiesa sta cercando di riconquistare fan con una comunicazione più pop (vedi alla voce Papa Francesco):

“ho taggato alcuni sacerdoti non solo per fare pubblicità ad un bracciale ( religioso) ma perchè in tanti cercano oggetti religiosi cristiani e non sanno dove trovarli. Se questo Le ha dato fastidio mi dispiace e me ne scuso. Distinti saluti e che Dio la benedicaa.”

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Di pelo, pubblicità e professionalità

La pubblicità è spesso accusata di sfruttare e denigrare il corpo della donna.
La questione mi riguarda doppiamente, in quanto donna e in quanto pubblicitaria.
E certo non posso far finta di niente quando, girando per Facebook, vedo

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Ora, vi dirò: quello che più mi infastidisce non è tanto l’immagine dell’uomo che guarda sotto la gonna di una donna. Sono cresciuta negli anni ’80, i miei coetanei all’asilo tormentavano noi bambine con questa canzone e solo pochi giorni fa ho visto una pubblicità che faceva dell’ironia sui femminicidi, figuriamoci.

Ad innervosirmi è la frase – in maiuscolo, per giunta: “ECCOLA FINALMENTE! L’ABBIAMO PENSATA E REALIZZATA NOI DI BODY SLIM!!”.

Se tutti si scandalizzano – ragionevolmente – quando un politico diventa ministro di una materia di cui non ha competenza, perché non dovrei arrabbiarmi quando un imprenditore vuole fare il pubblicitario?

Così decido di scrivere un appello su Facebook, invitando i miei “amici” a scrivere sulla pagina di Estetica Body Slim quello che pensano della pubblicità sopracitata. Da parte mia, commento con un sintetico “VERGOGNATEVI!” e noto che due o tre persone di mia conoscenza la pensano più o meno come me.

Passano pochi minuti e vengo informata del fatto che tutti i messaggi contenenti una critica sono stati cancellati dalla pagina, compreso il mio. In questo modo, casualmente, rimangono solo i complimenti – di chi ha lavorato alla stessa pubblicità, tra l’altro.

L’asticella del mio fastidio si alza ulteriormente, ma non è nemmeno questo fatto a spingermi a scrivere un post che parla, appunto, “Di pelo, pubblicità e professionalità”, no.

La causa scatenante è il messaggio che mi sono ritrovata nella posta privata di Facebook – e che confesso di aver visto con un giorno di ritardo.

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A cui segue, dopo il mio silenzio, quest’altro messaggio (sempre inviatomi in privato)

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Per la precisione, la finezza di cui parla è un’opera giusto un tantino conosciuta:

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“L’origine du monde”, Gustave Courbet, 1866.

Nonostante tutto, è forse vero che devo delle spiegazioni. Eccole:

1) Ho 29 anni, sono adulta e vaccinata. Vengo da un piccolo paesino, al liceo ero in una classe composta quasi esclusivamente da donne, dunque credetemi: conosco la finta cortesia. Quel sandwich di “Ciao Cara” e “Ti auguro una splendida giornata”, giusto per attenuare l’infarcitura di insinuazioni un po’ acide, non mi serve, grazie.

2) Ho scelto deliberatamente di rendere visibile a tutti il mio profilo Facebook – sono per la teoria che se non si vuole far sapere qualcosa, basta non scriverla sui social network. Questo non significa però che chiunque possa sentirsi libero di scrivermi più messaggi privati, nonostante il mio silenzio. E comunque sì, trovo un po’ inquietante il fatto che qualcuno sia risalito da un mio commento al mio posto di lavoro, quindi alla pagina Facebook della mia agenzia, per poi passare in rassegna uno a uno i post che pubblichiamo, alla ricerca della “prova da rinfacciarmi” (datata 8 marzo).

3) La (immagino) responsabile dell’azienda mi scrive: “Non capisco proprio l’accanimento nei miei confronti”, ma si sbaglia: non sono io che ne sto facendo una questione personale. Io ho scritto sulla pagina pubblica di un’azienda, commentando il lavoro che immagino non sia stato concepito e realizzato da una singola persona. Qualcun altro, semmai, ha dato il nome di un’azienda anche a un profilo personale – cosa che Facebook, tra l’altro, vieta – e qualcun altro è andato a spulciare nella mia biografia.

4) I due link accusati riguardano ARTE. Quella che fa Estetica BodySlim come la mia agenzia si chiama “PUBBLICITÀ”. Sentite come suonano diverse? È perché lo sono.

5) La pagina Facebook di un’azienda non è la sua casa, ma la sua piazza. E se qualcuno viene per lamentarsi, non lo si può cancellare e fare finta di nulla, come un “Truman show” dove rimangono solo i sorrisi stampati e le battute da copione.

Poi basta, mi fermo qui.

Chiudo segnalando un articolo che Pasquale Barbella ha scritto per il Corriere: “Il male della pubblicità è che qualsiasi idiota può farla”.

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Master chef

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Una delle newsletter più simpatiche che riceve la mia mail: quella di Just Eat.

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E ora scusatemi, devo andare. M’è venuta un po’ di fame.

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In sintesi

  • Non mi faccio più viva da un mese, ma non sono morta.
  • Milano è un cantiere in vista dell’Expo 2015, ma se cerchi, riesci a vedere la sua bellezza anche in una giornata grigia e piovosa.milanoFigurati poi quando c’è il bel tempo.parcoportello
  • Sono stata a uno di quei corsi obbligatori per chi ha un contratto d’apprendistato. 40 ore che nemmeno gli insegnanti sapevano come riempire, 12 persone che – lavorativamente parlando – avevano davvero poco in comune e un’unica informazione utile: è economicamente provato che torneremo alla lira.
  • Oggi sul Corriere ho letto un articolo di Diego Tardani in cui si sostiene che se la pubblicità usa il corpo della donna non è per abusarne. Eh no, in realtà è per esaltarne il potere sull’uomo.
    Io rispetto Diego Tardani, perché credo ci voglia fegato per scrivere una cazzata simile su un quotidiano nazionale, e perdipiù affidarla all’imperitura memoria del Web, ma a volte penso sia meglio l’anonimato del ruolo di avvocato del diavolo.
    Comunque sentiamo cosa ne pensano le persone. Domani sarò alla Palazzina Liberty per il live-tweet dell’incontro “Austerità creativa contro inquinamento cognitivo”. L’hashtag ufficiale è #meetADCI e la domanda sul tavolo sarà: “Gli italiani si rendono conto di quale perniciosa forma di inquinamento cognitivo sia spesso la pubblicità?“.
    Vedremo.
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