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Meno Belen, più Samantha.

No, non mi riferisco a lei.

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Anche se il suo personaggio è infinitamente meglio di una Rodriguez qualunque.
E non fraintendetemi: non ce l’ho neanche davvero con lei

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dato che sì, è parte del problema, ma ne è anche vittima. Inoltre, non è certamente né la prima né l’ultima, è solo quella del momento.

Sto facendo un po’ di casino, vero? Ora mi spiego: la Samantha di cui parlo, e di cui stanno parlando un po’ tutti i giornali, è lei.

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37 anni, prima tra 8.500 candidati europei, prima astronauta italiana, dopo circa 200 esperimenti si accinge a volare nello spazio per 6 mesi.

Questi i suoi numeri, altro che 90-60-90 ottenuti con la gentile collaborazione del chirurgo di turno.

Sarebbe bello che le ragazze aspirassero a diventare come lei, più che una velina strusciante di Striscia la Notizia. Ma come possono le ragazze puntare a tanto, se i riflettori sono puntati su un altro modello, e cioè quello della modella?

Martedì alla Camera dei Deputati è stata presentata una ricerca su “Come la pubblicità racconta le donne e gli uomini, in Italia” (grazie a Giovanna Cosenza per averla resa disponibile online).
So già che qualcuno di voi penserà che non è necessario darle un’occhiata, poiché i risultati sono sotto gli occhi di tutti, ogni giorno. Ma qui è interessante proprio la metodologia applicata, il preciso uso dei numeri, i costi (e cioè, quanto le aziende investono per svilire la figura della donna, in un mercato in cui le donne sono ancora le prime clienti) e la classificazione delle tipologie più frequenti (soprattutto quelle su cui non mi ero mai troppo soffermata a riflettere, come le “grechine” e le “ragazze interrotte”, o la sottile differenza tra “disponibili” e “preorgasmiche”).

Ora, a questo punto qualcuno di voi potrebbe anche controbattere: “Bene, sei una pubblicitaria. Dipende da te. Fai tu qualcosa per cambiare la situazione.”. Ed è vero e giusto. Quello che però spesso non si sa, perché non te lo racconta nessuno prima che entri nello sfavillante mondo dell’adv, è che le tue scelte verranno vagliate, approvate e corrette da molte figure, dai capi marketing fino al cugino della sorella della segretaria della sede aziendale. Quindi, in poche parole, dipende ancora dalla società – non nel senso economico del termine, ma in quello antropologico. Società che però cresce con i modelli che vendiamo.

Un circolo virtuoso, insomma. Ma chi lo dice che poco alla volta, Samantha dopo Samantha, non si riesca a far volare questo circolo nell’orbita?

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Non tutto è perduto. Purtroppo.

Non credo ai miracoli, ai premi pubblicitari e, confesso, nemmeno alla pubblicità.

Però nel weekend appena passato qualcosa ha scalfito la corazza di cinismo che fieramente mi sono costruita negli anni. Questa cosa è l’inizio di una domanda, l’incipit di un’ipotesi, l’apertura a una possibilità. In poche parole, “IF – Italians Festival“.

Nella mia mente si configurava come una corazzata Potëmkin del mondo dell’advertising – impressione che ho felicemente espresso al mio capo, tra l’altro uno degli organizzatori dell’evento [momento di riflessione per ricordare che se fossi capitata in un’altra agenzia sarei disoccupata da un pezzo. Ok, proseguiamo].

Invece in due giorni e mezzo ho scoperto idee bellissime, raccontate da persone professionali e appassionate, che mi hanno trasmesso un sacco di voglia di fare, inventare, scrivere.

Questo chiaramente non va affatto bene per il mio celeberrimo pessimismo cosmico, né per la linea editoriale di questo blog. Perciò seguirò la via della negatività e della negazione, elencando tutto quello che non ho trovato in questo festival.

– Non ho assistito a discorsi solo sulla pubblicità.

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– Non ho annusato spocchia, soprattutto tra chi stava sul palco. Nessuno ha mai menzionato quanti leoni di Cannes aveva vinto in carriera, semmai quante uscite stampa aveva conquistato un progetto a zero budget di PR.

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– Non ho sentito espressioni come “impattante”, “abbiamo fatto un video virale” e altri idiomi blablatesi.

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– Non ho sborsato neanche un euro per il mio Pass PRO, dato che la mia agenzia ha pagato per me.

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– Non tutto è perduto, da quel che ho capito. E quindi non ci sono più scuse: tocca rimboccarsi le maniche e spremersi.

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In sintesi

  • Non mi faccio più viva da un mese, ma non sono morta.
  • Milano è un cantiere in vista dell’Expo 2015, ma se cerchi, riesci a vedere la sua bellezza anche in una giornata grigia e piovosa.milanoFigurati poi quando c’è il bel tempo.parcoportello
  • Sono stata a uno di quei corsi obbligatori per chi ha un contratto d’apprendistato. 40 ore che nemmeno gli insegnanti sapevano come riempire, 12 persone che – lavorativamente parlando – avevano davvero poco in comune e un’unica informazione utile: è economicamente provato che torneremo alla lira.
  • Oggi sul Corriere ho letto un articolo di Diego Tardani in cui si sostiene che se la pubblicità usa il corpo della donna non è per abusarne. Eh no, in realtà è per esaltarne il potere sull’uomo.
    Io rispetto Diego Tardani, perché credo ci voglia fegato per scrivere una cazzata simile su un quotidiano nazionale, e perdipiù affidarla all’imperitura memoria del Web, ma a volte penso sia meglio l’anonimato del ruolo di avvocato del diavolo.
    Comunque sentiamo cosa ne pensano le persone. Domani sarò alla Palazzina Liberty per il live-tweet dell’incontro “Austerità creativa contro inquinamento cognitivo”. L’hashtag ufficiale è #meetADCI e la domanda sul tavolo sarà: “Gli italiani si rendono conto di quale perniciosa forma di inquinamento cognitivo sia spesso la pubblicità?“.
    Vedremo.
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Si fa presto a ruggire

Ieri sono stati proclamati ufficialmente i Giovani Leoni – apro una piccola parentesi per spiegare cosa sono i Giovani Leoni a chi non è del mestiere.

Si tratta di un concorso per pubblicitari che non hanno più di 28 anni. Ci sono 4 categorie: print (cioè le campagne stampa), film (cioè gli spot), digital (cioè i banner) e design (cioè i loghi). Perché non chiamiamo le cose con il loro nome? Non lo so. Comunque, alle 9 di un sabato mattina sono stati pubblicati sul sito relativo 4 brief, uno per categoria. I partecipanti avevano 24 ore di tempo per trovare l’idea giusta per una pubblicità e realizzarla. Chi vinceva, si sarebbe aggiudicato non solo la gloria, ma anche la possibilità di rappresentare l’Italia a un concorso analogo che si svolge ogni anno a Cannes, durante il più prestigioso festival della pubblicità. Lo so, lo so, avevate sentito parlare solo di quell’altro festival.

Io ho partecipato e ho scelto la categoria stampa (tema: L’Amico Charly, un’associazione che si occupa di dare sostegno agli adolescenti in difficoltà), ma non ho vinto. Non chiedetemi di mostrarvi il mio lavoro, non ne vado molto fiera. Ecco perché ieri non mi sono presentata nemmeno alla serata di premiazione, dove – dicevo in apertura di post – sono stati svelati i nomi dei vincitori.

Tra cui, proprio nella categoria stampa, figuravano quello di Luca Pedrani e di Federica Facchin, autori di quest’annuncio.

Molto carino, non c’è che dire.

Qualcosa da ridire l’hanno avuto, invece, altri partecipanti (contro i vincitori) e pubblicitari fuori gara (contro la giuria).

Il motivo è che la tecnica utilizzata, e cioè quella di dividere in due il testo, non è proprio nuova. Diciamo, più lavata con Perlana.

Ora, quello che penso io è: ok, non si tratta di creatività al 100%. Ma quanti dei lavori iscritti lo erano?

Il vincitore di una gara non è detto che sia sempre quello che fa un nuovo record/che è più qualificato/che trova l’idea del secolo.

A volte il vincitore è semplicemente quello che fa meglio degli altri.

Prima di criticare chi ha vinto o chi ha giudicato, chiediamoci perché noialtri non siamo riusciti a fare meglio di qualcosa di già visto.

Già, perché io la coscienza pulita-pulita non ce l’ho (e infatti ieri sera manco sono andata alla cerimonia). Dunque non mi sento esattamente il genio incompreso, ecco. Voi sì? Allora non limitatevi a ruggire inviperiti: fateci vedere le vostre opere.

E comunque un “Epic Win” ha chi ha ideato questo spoof:

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Una bella lezione

Non so che senso abbia raccontare di un evento vecchio di due settimane e i cui ricordi iniziano a diradarsi.

Facciamo allora che, anzichè farvi la blogcronaca della tweetcronaca, vi racconterò quello che mi è rimasto, e che ho imparato, della Hall of Fame.

  • Ho imparato a essere un po’ meno precisina.
    Essere puntigliosi nel lavoro è normalmente un pregio. Tranne nel caso in cui ti trovi a dover gestire una diretta Twitter.
    Sono una maniaca del controllo (il mio collega mi ha definita tecnicamente “rompicoglioni”) e se c’è una cosa che detesto è fare un refuso.
    Be’, se andate a rivedervi i tweet di quella serata di refusi ne troverete, eccome.
    È che a un certo punto devi scegliere: o te ne stai lì a litigare col correttore automatico dell’iPad, o segui la retorica finissima di Philippe Daverio, le sue stoccate ad Annamaria Testa e le belle risposte di lei. Pazienza per quegli apostrofi al posto degli accenti.
  • Ho imparato che avrò sempre soggezione degli uomini di cultura, e che la mia ammirazione andrà sempre a quelle donne che ce l’hanno fatta.
    Philippe Daverio è passato dal tedesco al romanaccio, passando per il latino. Ha sciorinato una serie di aneddoti storici e artistici. Ha sbeffeggiato con garbo noi pubblicitari e si è dimostrato un po’ diffidente nei confronti dei giovani. Annamaria è la seconda donna in assoluto ad aver ricevuto un premio del genere, ha saputo farsi un nome in un ambiente del genere e non è certo un tipino che sta zitta. Per me, il suo esempio vale più di mille parole.
  • Ho imparato che parlo parlo, ma se mi trovo di fronte al mio mito divento un’ameba, mi zittisco e tendo a mimetizzarmi con la tappezzeria.
    Ma probabilmente avrei fatto una figura peggiore se avessi tentato di instaurare un dialogo.
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Ansia da prestazione

Ci sono Annamaria Testa, Philippe Daverio e io…

Lo so, sembra l’inizio di una barzelletta. Per fortuna, la mia figura è del tutto marginale: sarò infatti un uccellino che twitterà live l’ingresso nella Hall Of Fame ADCI di un pezzo della pubblicità italiana e un pozzo di cultura.

Precisamente domani, dalle 18.30 (ma anche qualche minuto prima) in poi.

Per chi di voi – giustamente – non vive di pubblicità, spiego brevemente cos’è la Hall of Fame dell’ADCI.

Allora, l’ADCI è l’associazione dei pubblicitari italiani. La sua Hall of Fame, però, non premia solo i membri del settore in senso stretto, ma riconosce anche i meriti di chi ha dato una mano alla creatività in generale.

Ora, dire che farò la diretta Twitter dell’evento fa molto figo, ma il punto è che il mio curriculum non vanta chissà quante dirette Twitter e questo riduce la figaggine di molto. Mooolto.

In più, aggiungeteci il fatto che io a volte faccio ancora fatica a considerarmi una pubblicitaria, figuriamoci una donna acculturata, e domani sarò circondata da gente di un certo livello…

C’ho l’ansia, ecco.

Ora, per favore, cercate almeno di starmi vicini e farmi compagnia.
Qui.

L’hashtag per chi vorrà seguire la serata in tutta la sua completezza (mica son l’unica a twittare) è #hofadci

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