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E se – ovvero: Stephen King applicato al caso Mercedes

Premessa: se non sai cos’è il caso Mercedes, ti conviene cliccare qui.

Caro capomarketingdirettoregeneralepresidenteplanetario di Mercedes,

ci ho pensato su. E ho deciso che era un po’ troppo facile dirti “hai sbagliato” e fine, stop, chiusa la conversazione. Che comunicatrice sarei? Tra l’altro, francamente, ti vedo un po’ in difficoltà e quindi vorrei provare a mettermi nei tuoi panni e trovare una soluzione.

Per farlo, opterò per il metodo che anche Stephen King usa per scrivere – detto tra noi, quello che stai vivendo è un po’ un horror. Di ambito lavorativo, per carità, ma pur sempre un horror.

La tecnica è quella dell’ “e se…”

Partiamo dall’inizio: hai una buona fetta di pubblicitari contro. L’iniziativa non è stata recepita bene e anzi la Mercedes è stata accusata di aver spettacolarizzato una piaga del settore: le gare non retribuite.

E se, semplicemente, ammettessi che hai sbagliato? Lo so, lo so, è un autogol, non si fa, ma aspetta e continua a leggere.

E se ammettessi che l’errore ti ha insegnato qualcosa e ti trasformassi in paladino dei pubblicitari? Per tua fortuna le gare gratuite non sono l’unico problema del magico mondo della pubblicità. Hai una vasta gamma di calamità tra cui scegliere – parti da una di quelle e fanne il tuo mezzo di espiazione.

E se un indizio fosse già contenuto nel video che avevi confezionato per il Digital Business Game? Perché come look and feel, come copy, come concetto, come tutto, non lo vedo tanto indirizzato a professionisti esperti, quanto più ad aspiranti pubblicitari.

E sai, ci sono centinaia di ragazzi che ogni anno costringono i genitori a pagare profumatamente le scuole private “del design, della comunicazione, delle belle arti”, per poi ritrovarsi a elemosinare uno stage alla fine del percorso di studi.

E se tu provassi a metterli in gara e diventassi tu, Mercedes, ambassador dei più talentuosi di loro?

E se quindi “obbligassi” la tua agenzia pubblicitaria (che nel frattempo avrai scelto tramite una gara trasparente e con regole precise) ad assumere i vincitori, che dovranno occuparsi in primis del tuo brand?

E se, come garanzia all’agenzia, tu pagassi il 50% del loro stipendio?

C’è ancora qualcosa da perfezionare in questo pensiero che ho scritto di getto in un quarto d’ora.

Ma è pur sempre un inizio.

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Qual è il tuo prezzo?

“Questo è un servizio utile a chi vuole entrare nei meccanismi della selezione delle importanti commesse che viste da fuori affascinano e fanno comprendere come si muovono i migliori professionisti del settore.”

Riccardo Scandellari, www.skande.com

“Un progetto diverso dal solito, che si può apprezzare o meno, può funzionare o meno, ma che aspetterei di vedere nella sua esecuzione (almeno nelle prime fasi) prima di dare un giudizio definitivo. Sicuramente un’iniziativa che non tutti i brand, a mio avviso, potrebbero permettersi.”

Davide Basile, www.kawakumi.com

“Per la prima volta un brand automotive lancia una sfida altamente originale”

Giuliano Ambrosio, www.juliusdesign.net

Niente male come recensioni, vero? Ma ora vediamo: qual è questo progetto così innovativo, originale e coraggioso? Eccolo.

Una gara tra agenzie. Una gara gratuita per la precisione, che non rappresenta certo una novità nel settore pubblicitario – se non che qui viene spettacolarizzata, messa sotto forma di talent, con i blogger chiamati non a fare da giudici ma a raccontare.

Una volta ho sentito un ragazzo affermare che tutti hanno un prezzo, bisogna solo capire quale. Io inorridii, ci litigai 1) perché la persona in questione non mi stava troppo simpatica 2) perché uno mica può essere consapevole di questa cosa e rimanere in pace con la propria coscienza, no?

Eppure, a malincuore, devo ammettere che è vero.

C’è chi accetta di partecipare a un programma tv e fare insinuazioni sulla madre-presunta-assassina o sul cacciatore-presunto-assassino, pur di avere quei 15 minuti di celebrità.

C’è chi pur di aggiungere al curriculum di aver allenato una (ex) grande squadra, di fatto rinuncia a fare il proprio lavoro e mette in campo le direttive del Presidente.

C’è chi è disposto a far tacere la propria vocina interiore almeno per un po’, giusto il tempo di portarsi a casa il campioncino omaggio per la stampa.

E queste sono sicuramente cose peggiori che farsi influenzare perché un brand internazionale ha scelto te come uno dei pochi blogger chiamati a fare da “ambassador” – ricordo che pure io una volta evitai ironia e critiche nel raccontare di un evento per blogger, addolcita dalla trousse che l’azienda cosmetica mi aveva gentilmente regalato.

Tanto lo sappiamo entrambi che, se non fossi coinvolto direttamente nell’operazione, penseresti non che questa di Mercedes sia una cazzata. Piuttosto, la corazzata Potemkin di tutte le cazzate.

Quella di Mercedes non è un’idea: è l’assenza assoluta di idee. Ma questo non è il peggio – giacché le idee potrebbero/dovrebbero venire dall’agenzia creativa. Qual è l’obiettivo marketing di questo progetto? Perché io non lo vedo. Conversation tra i pubblicitari? Fatto. Reputation? Distrutta.

Ma siamo in Italia e non in Germania: presto il flame che si sta scatenando nel settore passerà, qualche agenzia parteciperà alla gara e noi potremo finalmente vedere alla luce il frutto di un servizio così utile, nonché una sfida altamente originale (cit. sigh).

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Intanto, da qualche parte, in Italia…

C’è un’isola felice.

Dove ho la fortuna di lavorare.

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Non tutto è perduto. Purtroppo.

Non credo ai miracoli, ai premi pubblicitari e, confesso, nemmeno alla pubblicità.

Però nel weekend appena passato qualcosa ha scalfito la corazza di cinismo che fieramente mi sono costruita negli anni. Questa cosa è l’inizio di una domanda, l’incipit di un’ipotesi, l’apertura a una possibilità. In poche parole, “IF – Italians Festival“.

Nella mia mente si configurava come una corazzata Potëmkin del mondo dell’advertising – impressione che ho felicemente espresso al mio capo, tra l’altro uno degli organizzatori dell’evento [momento di riflessione per ricordare che se fossi capitata in un’altra agenzia sarei disoccupata da un pezzo. Ok, proseguiamo].

Invece in due giorni e mezzo ho scoperto idee bellissime, raccontate da persone professionali e appassionate, che mi hanno trasmesso un sacco di voglia di fare, inventare, scrivere.

Questo chiaramente non va affatto bene per il mio celeberrimo pessimismo cosmico, né per la linea editoriale di questo blog. Perciò seguirò la via della negatività e della negazione, elencando tutto quello che non ho trovato in questo festival.

– Non ho assistito a discorsi solo sulla pubblicità.

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– Non ho annusato spocchia, soprattutto tra chi stava sul palco. Nessuno ha mai menzionato quanti leoni di Cannes aveva vinto in carriera, semmai quante uscite stampa aveva conquistato un progetto a zero budget di PR.

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– Non ho sentito espressioni come “impattante”, “abbiamo fatto un video virale” e altri idiomi blablatesi.

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– Non ho sborsato neanche un euro per il mio Pass PRO, dato che la mia agenzia ha pagato per me.

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– Non tutto è perduto, da quel che ho capito. E quindi non ci sono più scuse: tocca rimboccarsi le maniche e spremersi.

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Benvenuti nel periodo d’oro della pubblicità

No, durante questa lunga assenza non sono impazzita.

Ci ho pensato un po’ e sono giunta alla conclusione che, sì, “c’è crisi” ma nonostante ciò questo è il periodo migliore per la Pubblicità.
Intendo proprio per lei, la Pubblicità, non i budget aziendali (sempre più ridotti) e i compensi delle agenzie (molto vicini alla beneficienza).

Infatti:

  • mai come oggi, grazie ai social network, ha modo di centrare il pubblico a cui si rivolge. Prima cosa c’era? Auditel, Audiradio, per non parlare della visibilità presunta di certi cartelloni stradali. Tutti questi pseudo-strumenti non avevano nemmeno lontanamente la precisione dei Facebook insights.
  • i costi di certi spazi si sono ridimensionati – e giustamente, dato che l’esposizione, la visualizzazione e l’interazione sono finalmente concetti distinti e distinguibili.
  • grazie a blog e gruppi che mostrano le pubblicità di tutti i Paesi, difficilmente un pubblicitario serio si prenderebbe il rischio di copiare ed essere smascherato in diretta mondiale. Mentre una volta, quando c’erano solo i Luezer’s Archive di carta, hai voglia…
  • mi sembra che ultimamente la Pubblicità si stia mescolando molto più con altre forme d’arte e di cultura pop
  • e mi sembra anche che finalmente si affrontino temi sociali quali la disoccupazione giovanile, i diritti mancanti, la bellezza della multietnicità. E naturalmente l’economia
  • persino la donna, in Pubblicità, viene trattata un po’ meglio rispetto a prima. Diciamo che siamo avanzati di un passo rispetto all’Età della Pietra.

Ora, mi rendo conto che tu che sei cresciuto a puntate di Mad Men e a lezioni di IED stai un po’ storcendo il naso di fronte a questo post. Ma ti prego di ricordare che:

  • il problema non sono i budget ridotti. Il problema è quando cliente e agenzia riducono ambizioni e visioni. In particolare quando il cliente, che già ha poco da investire sui media, e quindi non può puntare sulla ripetizione massiccia del messaggio, vuole pure dire la stessa cosa che dicono tutti, buttando nel cesso (perdona il francesismo) anche quei pochi soldi investiti.
  • oh sì, che fighi i vecchi tempi. Ma sii sincero: rinunceresti mai all’immenso aiuto di Fratello Google e Sorella Wikipedia? E soprattutto, se sei donna, ti rendi conto che allora in agenzia avresti avuto molte più chance di fare le pulizie che le campagne?
    Mentre ora, soprattutto nei social, vedo che c’è la necessità di una sensibilità e una cura tipicamente femminili. Quindi, signorine, riteniamoci fortunate!
  • non è un caso che i fenomeni dei gruppi di giovani senza grandi agenzie alle spalle ma che riescono comunque ad emergere, come i Cric o il collettivo di #coglioneno, siano comparsi in questi ultimi anni. Mica ci sono stati casi simili, prima.

E infine lo so che ti hanno nutrito a pane e Ogilvy, ma qui, tra noi, in questo spazietto, diciamocelo: quanto è più divertente fare una cosa così rispetto a tutto quello che ti han fatto studiare sui libri – e sottolineo libri?!

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Di pelo, pubblicità e professionalità

La pubblicità è spesso accusata di sfruttare e denigrare il corpo della donna.
La questione mi riguarda doppiamente, in quanto donna e in quanto pubblicitaria.
E certo non posso far finta di niente quando, girando per Facebook, vedo

CampagnaEstetica

Ora, vi dirò: quello che più mi infastidisce non è tanto l’immagine dell’uomo che guarda sotto la gonna di una donna. Sono cresciuta negli anni ’80, i miei coetanei all’asilo tormentavano noi bambine con questa canzone e solo pochi giorni fa ho visto una pubblicità che faceva dell’ironia sui femminicidi, figuriamoci.

Ad innervosirmi è la frase – in maiuscolo, per giunta: “ECCOLA FINALMENTE! L’ABBIAMO PENSATA E REALIZZATA NOI DI BODY SLIM!!”.

Se tutti si scandalizzano – ragionevolmente – quando un politico diventa ministro di una materia di cui non ha competenza, perché non dovrei arrabbiarmi quando un imprenditore vuole fare il pubblicitario?

Così decido di scrivere un appello su Facebook, invitando i miei “amici” a scrivere sulla pagina di Estetica Body Slim quello che pensano della pubblicità sopracitata. Da parte mia, commento con un sintetico “VERGOGNATEVI!” e noto che due o tre persone di mia conoscenza la pensano più o meno come me.

Passano pochi minuti e vengo informata del fatto che tutti i messaggi contenenti una critica sono stati cancellati dalla pagina, compreso il mio. In questo modo, casualmente, rimangono solo i complimenti – di chi ha lavorato alla stessa pubblicità, tra l’altro.

L’asticella del mio fastidio si alza ulteriormente, ma non è nemmeno questo fatto a spingermi a scrivere un post che parla, appunto, “Di pelo, pubblicità e professionalità”, no.

La causa scatenante è il messaggio che mi sono ritrovata nella posta privata di Facebook – e che confesso di aver visto con un giorno di ritardo.

messaggio1

A cui segue, dopo il mio silenzio, quest’altro messaggio (sempre inviatomi in privato)

messaggio2

Per la precisione, la finezza di cui parla è un’opera giusto un tantino conosciuta:

L’Origine-du-Monde_1

“L’origine du monde”, Gustave Courbet, 1866.

Nonostante tutto, è forse vero che devo delle spiegazioni. Eccole:

1) Ho 29 anni, sono adulta e vaccinata. Vengo da un piccolo paesino, al liceo ero in una classe composta quasi esclusivamente da donne, dunque credetemi: conosco la finta cortesia. Quel sandwich di “Ciao Cara” e “Ti auguro una splendida giornata”, giusto per attenuare l’infarcitura di insinuazioni un po’ acide, non mi serve, grazie.

2) Ho scelto deliberatamente di rendere visibile a tutti il mio profilo Facebook – sono per la teoria che se non si vuole far sapere qualcosa, basta non scriverla sui social network. Questo non significa però che chiunque possa sentirsi libero di scrivermi più messaggi privati, nonostante il mio silenzio. E comunque sì, trovo un po’ inquietante il fatto che qualcuno sia risalito da un mio commento al mio posto di lavoro, quindi alla pagina Facebook della mia agenzia, per poi passare in rassegna uno a uno i post che pubblichiamo, alla ricerca della “prova da rinfacciarmi” (datata 8 marzo).

3) La (immagino) responsabile dell’azienda mi scrive: “Non capisco proprio l’accanimento nei miei confronti”, ma si sbaglia: non sono io che ne sto facendo una questione personale. Io ho scritto sulla pagina pubblica di un’azienda, commentando il lavoro che immagino non sia stato concepito e realizzato da una singola persona. Qualcun altro, semmai, ha dato il nome di un’azienda anche a un profilo personale – cosa che Facebook, tra l’altro, vieta – e qualcun altro è andato a spulciare nella mia biografia.

4) I due link accusati riguardano ARTE. Quella che fa Estetica BodySlim come la mia agenzia si chiama “PUBBLICITÀ”. Sentite come suonano diverse? È perché lo sono.

5) La pagina Facebook di un’azienda non è la sua casa, ma la sua piazza. E se qualcuno viene per lamentarsi, non lo si può cancellare e fare finta di nulla, come un “Truman show” dove rimangono solo i sorrisi stampati e le battute da copione.

Poi basta, mi fermo qui.

Chiudo segnalando un articolo che Pasquale Barbella ha scritto per il Corriere: “Il male della pubblicità è che qualsiasi idiota può farla”.

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Voce del verbo “incassare”

Pagina Facebook di easyJet – domenica 22 giugno

Pagina Facebook di easyJet – martedì 26 giugno

Nel mezzo: 120′ di tensione, 9 calci di rigore, diversi bicchieri di vino e un sospiro di sollievo finale.

Almeno, per me.

DISCLAIMER: easyJet è tra i clienti dell’agenzia per cui lavoro, ma questo post non è una marchetta. Le campagne che vedete non le abbiamo realizzate noi, quindi tecnicamente sto facendo un favore a una “concorrente”, e cioè l’agenzia straniera che le ha realizzate. Non ci provate nemmeno a protestare, ché ho messo già le mani avanti, ok?

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There’s no business like school business

Un paio di settimane fa sono successe due cose che mi hanno portato a scrivere questo post.

La prima: una scolaresca è venuta a vedere come lavoravamo in agenzia. Che poi, se dico così voi v’immaginate bambine in grembiule e bambini con la cartella, ma in realtà si trattava di più che adolescenti che frequentavano un – postdiploma? Istituto superiore? Sinceramente, non ho capito – di marketing.

Incuriosita, ho chiesto ai ragazzi se la loro scuola fosse prettamente teorica (vedi: la mia Facoltà di Scienze della Comunicazione) o un po’ più pratica. La risposta non mi ha lasciato dubbi:

“Molto pratica. Spesso decidiamo che frasi mettere sulle pubblicità che vediamo.”

La terminologia, probabilmente, non sarà la lacuna peggiore che l’istituto lascerà ai suoi futuri ex studenti (ho sentito anche la parola “slogan”, che, a dispetto di quello che molti credono, in un’agenzia non si usa mai).
Qui il problema è proprio alla base. Il marketing, la comunicazione sono mestieri e come tali vanno affrontati. Non si può improvvisare – quella è roba da artisti, non fa per noi.
Se siamo noi i primi a trattare con sufficienza il nostro lavoro, non possiamo pensare che gli altri – che magari fanno i medici, gli ingegneri, gli avvocati – ci prendano sul serio.

Quindi, insomma, non è cattiveria se ho pensato che quella scuola in realtà stesse vendendo fumo più che una preparazione adeguata, no?

Comunque, passano pochi giorni e una pubblicità in metropolitana m’informa che allo IED si tengono corsi per diventare “fashion blogger”.

Ora: avete mai sentito di qualche fashion blogger uscita dallo IED?

Scusate, ho sbagliato, riformulo la domanda.

Avete mai sentito di qualche Blogger con la “b” maiuscola che per diventare tale abbia avuto bisogno di un corso? DELLO IED?!?

Qualcosa mi dice che più che insegnare moda, qui qualcuno stia cercando di sfruttare una moda. Tra l’altro, già passata.

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Se stai cercando un lavoro, stai sbagliando tutto.

Vabè, l’hai capito che il titolo mica è completo, sì?

Manca una metà, una metà importante. Ma partiamo dall’inizio.

Non sono nata in una grande città, non vengo da una famiglia di artisti nè di intellettuali, non ho fatto scuole prestigiose e non sono purtroppo una delle persone più colte che conosca.

Eppure sono una delle poche, tra quelle persone che conosco, che è riuscita a fare il lavoro che voleva.

Così spesso mi sento chiedere: “Ma come hai fatto?” – no, non suona molto lusinghiero sentirsi rivolgere questa domanda.

Ecco, il fatto è che io non ho mai pensato solo a trovare un posto di lavoro come pubblicitaria.
Ho sempre cercato di pensare a come volevo costruire la mia strada nel mondo della pubblicità.
Ho guardato all’insieme, più che al punto.

Se mi fossi accontentata di trovare un lavoro, probabilmente ora sarei ancora a fare la segretaria in una pseudo-agenzia che millantava di rendermi il suo direttore creativo (a 23 anni, senza alcuna esperienza alle spalle, questo sì che voleva dire “bruciare le tappe”).

Una donna che, nel mondo della pubblicità (e forse non solo in questo), mira soprattutto ad avere “il posto”, probabilmente finirà di lavorare a 30 anni, quando il mercato sentenzierà che è giunta l’ora che l’istinto materno bussi alla sua porta. Poco importa che tu ce l’abbia davvero o no, quell’istinto. Sei fuori. E il massimo a cui puoi ambire è trovare un altro posto che non sia perlomeno troppo inferiore a quello precedente.

Ecco perché, se proprio devo dare un consiglio, ti dico: non limitarti a cercare una scrivania. Cerca il tuo percorso lavorativo. E preparati a prendere strade diverse. Se fai il copywriter come me, prova un po’ ad aprire un blog, non deve parlare per forza di pubblicità (anzi, più interessi hai, meglio è), ma lo devi scrivere bene come un copywriter.
Potrai magari scoprire di cavartela meglio come blogger che come scrittore di titoli per le campagne stampa, e potresti anche scoprire che non è necessariamente un male. In fondo, se punti al percorso e non t’impunti sul posto fisso, sai che comunque arriverai dove vuoi.

Ovviamente ora devo fare la precisazione che sì, sono perfettamente consapevole del panorama lavorativo italiano, della disoccupazione (soprattutto giovanile) e che siamo lì lì per cadere dall’orlo del baratro. Infatti non sto mica dicendo che, se vuoi andare all’università e non hai i soldi per la retta, non puoi fare nel frattempo il cameriere/baby-sitter/dog-sitter.

Però, in sintesi, ricorda che:

  • un lavoro che ti piace e che può farti crescere è migliore del contratto a tempo indeterminato di un posto che non fa per te;
  • un lavoro che ti piace ma non può farti crescere non deve per forza andarti bene;
  • un lavoro che non ti piace e non può farti crescere non può impedirti di costruire nel frattempo il percorso per trovare il lavoro che desideri.

Quel che ho scritto è stato ispirato da questo post (scritto tra l’altro dal mio capo), da quest’altro, da viadellaviola e anche da un bel po’ di persone che ho incontrato.

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Di pubblicità, donne e idee.

E insomma, mi sto prendendo bene a fare interviste per questo blog.

Dopo Veronica di “999 momenti imbarazzanti”, oggi è la volta di un’altra donna.

Giuro che la mia non è misandria, nè una questione di quote rosa. Trattasi infatti di pura e semplice casualità.

Con questa ragazza, per esempio, ci si conosce da… Saranno 3 anni.
Viviamo nella stessa città, facciamo lo stesso lavoro, eppure non ci siamo mai incontrate di persona. In compenso, ci siamo sempre seguite sui rispettivi blog (il mio, l’ei fu Simply ADdicted, e il suo Parole sotto Vetro).

E anche se da lontano, ho notato che lei, Francesca Nobili, in questi anni ha inventato e si è reinventata parecchio. Quindi secondo me ascoltarla può insegnarci qualcosa – e cioè: non restare a guardare, agisci.

IO: Francesca, tu hai lavorato in Ogilvy come copywriter. Poi ti sei messa in proprio e hai fatto la freelance. Ora, hai aperto una tua agenzia. Calcolando che non hai 50 anni, la domanda sorge spontanea: come ci sei riuscita?

LEI: Il mio percorso come pubblicitaria è cominciato molto prima, crescendo in piccole agenzie di ogni tipo che mi hanno aiutato a sviluppare una visione trisicsti della comunicazione. Diciamo che via Lancetti è stato il mio all-in contro un bluff. E oggi che lavoro come freelance, posso scegliere i miei clienti e ho la fortuna di lavorare con ottimi professionisti e amici, realizzo finalmente di aver vinto quella mano.

Circle Entertainment non è la classica piccola agenzia all’italiana, trita-stagisti e macina-clienti. Non siamo neanche registrati e non abbiamo una sede fisica. Circle nasce da un’Idea. Quella di un network di professionisti freelance con esperienza e talento, senza i costi di una struttura e con un metodo di lavoro che assicura al cliente un rapporto diretto con i creativi, nel bene e nel male, e una qualità del lavoro che solo chi fa questo mestiere da anni, mettendoci la propria faccia, può offrire.
Ma sembra che il cliente medio italiano non sia pronto a spendere un po’ di meno per avere più qualità. Infatti, tranne poche eccezioni, i clienti principali di Circle sono tutti all’estero.

Per tutte queste ragioni, non mi piace definire Circle un’agenzia. Circle è voglia di fare, un laboratorio di Idee con valori imprescindibili, come il rispetto delle persone a cui ci si rivolge e dei ruoli di chi fa questo mestiere, ma soprattutto la costante ricerca della Big Idea*. I progetti raccontati sul sito non sono lavori commissionati da clienti, non ci interessa avere una vetrina di questo genere, ma sono progetti che nascono dalla voglia di fare qualcosa che piaccia, che intrattenga.

La mia vera fortuna è di avere accanto un marito meraviglioso che, oltre che co-fondatore di Circle, è prima di tutto un art director e illustratore di grande talento (l’immagine che vedete sopra di Francesca l’ha disegnata lui, ndr). È lui a darmi le giuste motivazioni per portare avanti questa Idea, ed è solo grazie a lui che progetti come Brandin’movie e QB – Tavolo riservato hanno preso vita.

*non è plagio, è il mio credo.

IO: Mi spieghi l’idea di QB – Tavolo riservato?

LEI: Come le migliori Idee, è nata da mille chiacchiere e risate. Era il periodo in cui è esplosa la bolla del food, con mille programmi di cucina e Gordon Ramsey sempre in sottofondo con i suoi “done!” e “it’s raw!”. Durante una delle cenette casalinghe settimanali con una coppia di cari amici, ci è venuta l’idea di raccontare la storia di alcune persone che conosciamo, che hanno una passione e ne hanno fatto un lavoro, un progetto o uno stile di vita. E l’idea di conoscerli “quanto basta” attraverso un’intervista ma anche attraverso il loro rapporto con i fornelli, ci piaceva molto. Così ci abbiamo creduto e l’abbiamo realizzata. I risultati sono stati incredibili, ben oltre le nostre aspettative, e abbiamo già una decina di interviste in programma per i prossimi mesi.

La cosa più bella di questo progetto, però, è che ci dà l’opportunità di trascorrere qualche ora a casa di persone fantastiche, non solo talentuose e appassionate, ma anche simpatiche e alla mano, che si divertono a cimentarsi con ricette che hanno un significato particolare per loro. Il tutto finisce sempre con una bella mangiata e mille risate. Un progetto che ci arricchisce sempre un po’ di più, sia da un punto di vista umano che calorico 🙂

IO: Ma secondo te, noi gggiovanni dddonne del rutilante mondo dell’advertising, che prospettive abbiamo?

LEI: Non parlerei di prospettive, quanto di una realtà di fatto. Con le dovute eccezioni, i migliori copywriter e account che ho conosciuto sono donne. Siamo (più) brave in questo lavoro. Non c’è storia. Punto.

Diverso è il discorso della carriera. Lì il talento e l’impegno non contano assolutamente niente, conta solo la “politica” e, si sa, quello è territorio maschile.

Ancora un discorso a parte merita l’art direction. Donne art brave, sempre con l’eccezioni di cui sopra, sono rare, forse perché ci manca quel background di fumetti, graffiti e rap che ha sfornato una generazione di designer, illustratori, art director ecc. che meritano decisamente di più di quello che il mercato italiano oggi offre.

IO: Anche tu hai un blog che parla di pubblicità e anche tu sei una copy. Tecnicamente, saresti una mia rivale. Perché allora ti sto facendo pubblicità?

LEI: Beh, mettiamola così. Tu hai la fortuna di lavorare in una delle poche agenzie fighe italiane, io ho la fortuna di lavorare in pigiama la maggior parte del tempo. Abbiamo entrambe un blog che parla di pubblicità, ma entrambe ci mettiamo il nostro personale pensiero dietro, il che li rende unici e differenti. Il mondo della pubblicità è grande abbastanza per chiunque ci metta il cuore in questo mestiere. Non mi sento una tua rivale ma una tua collega. Onorata di esserlo 🙂

E questo post non voglio viverlo come pubblicità a me o a Circle o alle persone con cui lavoro, ma come la testimonianza di una persona come tante altre che, delusa dalla realtà delle agenzie e dei clienti italiani, alla fine non ha mollato e ha trovato la propria nicchia, nella quale fare ciò che ama ogni giorno, con serietà e professionalità.

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