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Social a ogni costo

Anch’io faccio quel lavoro che chiamano “social media consultant” (e che suona comico quando per spiegarlo dici “gestisco le pagine Facebook delle aziende”).

Quindi so di cosa parlo.

So cosa vuol dire doversi inventare ogni giorno qualcosa di nuovo da dire.

Conosco la frustrazione che si prova quando un tuo contenuto non ha ottenuto i “Mi piace” o i retweet che ti aspettavi.

E ho imparato anche che quando si cavalca l’onda dell’attualità si ottiene qualche risultato di più.

Il fatto che questa regola non valga nel caso in cui l’attualità diventi cronaca nera non l’ho imparato, lo sapevo già. Me lo suggeriva il mio lato umano.

Quindi immagino che sia stato un GASSS, ovvero un Generatore Automatico di Stupidi Status Social a pubblicare stamattina il post di Groupalia

o quello di Prenotable

o ancora quello di Brux Sport

Naturalmente è inutile che cerchiate sui rispettivi profili tracce dei tweet incriminati: sono stati cancellati, dopo che la gente non ha esitato a definirli atti di sciacallaggio.

Al loro posto, ora, campeggiano scuse da parte di country manager, CEO e dalla “direzione”.

Ma perché scusarsi? In fondo l’aveva detto Einstein: due cose sono infinite. E sull’universo ci sono ancora dei dubbi.

Ma quand’è che abbiamo deciso che dovevamo “fare i social” a ogni costo?

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Una bella lezione

Non so che senso abbia raccontare di un evento vecchio di due settimane e i cui ricordi iniziano a diradarsi.

Facciamo allora che, anzichè farvi la blogcronaca della tweetcronaca, vi racconterò quello che mi è rimasto, e che ho imparato, della Hall of Fame.

  • Ho imparato a essere un po’ meno precisina.
    Essere puntigliosi nel lavoro è normalmente un pregio. Tranne nel caso in cui ti trovi a dover gestire una diretta Twitter.
    Sono una maniaca del controllo (il mio collega mi ha definita tecnicamente “rompicoglioni”) e se c’è una cosa che detesto è fare un refuso.
    Be’, se andate a rivedervi i tweet di quella serata di refusi ne troverete, eccome.
    È che a un certo punto devi scegliere: o te ne stai lì a litigare col correttore automatico dell’iPad, o segui la retorica finissima di Philippe Daverio, le sue stoccate ad Annamaria Testa e le belle risposte di lei. Pazienza per quegli apostrofi al posto degli accenti.
  • Ho imparato che avrò sempre soggezione degli uomini di cultura, e che la mia ammirazione andrà sempre a quelle donne che ce l’hanno fatta.
    Philippe Daverio è passato dal tedesco al romanaccio, passando per il latino. Ha sciorinato una serie di aneddoti storici e artistici. Ha sbeffeggiato con garbo noi pubblicitari e si è dimostrato un po’ diffidente nei confronti dei giovani. Annamaria è la seconda donna in assoluto ad aver ricevuto un premio del genere, ha saputo farsi un nome in un ambiente del genere e non è certo un tipino che sta zitta. Per me, il suo esempio vale più di mille parole.
  • Ho imparato che parlo parlo, ma se mi trovo di fronte al mio mito divento un’ameba, mi zittisco e tendo a mimetizzarmi con la tappezzeria.
    Ma probabilmente avrei fatto una figura peggiore se avessi tentato di instaurare un dialogo.
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Attenzione: bloggare nuoce gravemente alla salute (mentale).

Quando apri un blog non sai ancora quello a cui vai incontro.
Pensi di poter smettere quando vuoi. E invece.

È un continuo rimuginare sugli episodi della tua giornata, cosa che la gente normale fa normalmente, senonfosseche il blogger pensa sotto forma di post.

Per esempio, prima ero in metropolitana e già mi stavo costruendo mentalmente come avrei dovuto raccontare della video mapping sulla facciata del Duomo.

Naturalmente avrei dovuto cercare il video su YouTube ed embeddarlo.*

Poi probabilmente avrei aggiunto che ho visto di meglio, in giro per il Web.

O forse no. In fondo, non è una critica polemica e un po’ scontata?

In ogni caso, avrei cercato di recuperare sul finale, con un’osservazione pseudo-brillante, e cioè che va bene il tappezzamento della città con i manifesti che preannunciavano l’evento, ma io avrei pensato anche a un hashtag dedicato per fare un po’ di buzz su Twitter. Che so, #Duomo4D

Soddisfatta della conclusione, avevo programmato tutto. Tranne un piccolo particolare.
Come comincio il post – e, di conseguenza, come lo intitolo?
E insomma, inizio a sperare che mi venga un’idea non appena avrò acceso il computer.

*se anche tu dici “embeddare” anziché “caricare”, come farebbe ogni cristiano, potresti essere affetto da blogging mentale compulsivo.

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