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Non tutto è perduto. Purtroppo.

Non credo ai miracoli, ai premi pubblicitari e, confesso, nemmeno alla pubblicità.

Però nel weekend appena passato qualcosa ha scalfito la corazza di cinismo che fieramente mi sono costruita negli anni. Questa cosa è l’inizio di una domanda, l’incipit di un’ipotesi, l’apertura a una possibilità. In poche parole, “IF – Italians Festival“.

Nella mia mente si configurava come una corazzata Potëmkin del mondo dell’advertising – impressione che ho felicemente espresso al mio capo, tra l’altro uno degli organizzatori dell’evento [momento di riflessione per ricordare che se fossi capitata in un’altra agenzia sarei disoccupata da un pezzo. Ok, proseguiamo].

Invece in due giorni e mezzo ho scoperto idee bellissime, raccontate da persone professionali e appassionate, che mi hanno trasmesso un sacco di voglia di fare, inventare, scrivere.

Questo chiaramente non va affatto bene per il mio celeberrimo pessimismo cosmico, né per la linea editoriale di questo blog. Perciò seguirò la via della negatività e della negazione, elencando tutto quello che non ho trovato in questo festival.

– Non ho assistito a discorsi solo sulla pubblicità.

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– Non ho annusato spocchia, soprattutto tra chi stava sul palco. Nessuno ha mai menzionato quanti leoni di Cannes aveva vinto in carriera, semmai quante uscite stampa aveva conquistato un progetto a zero budget di PR.

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– Non ho sentito espressioni come “impattante”, “abbiamo fatto un video virale” e altri idiomi blablatesi.

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– Non ho sborsato neanche un euro per il mio Pass PRO, dato che la mia agenzia ha pagato per me.

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– Non tutto è perduto, da quel che ho capito. E quindi non ci sono più scuse: tocca rimboccarsi le maniche e spremersi.

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Benvenuti nel periodo d’oro della pubblicità

No, durante questa lunga assenza non sono impazzita.

Ci ho pensato un po’ e sono giunta alla conclusione che, sì, “c’è crisi” ma nonostante ciò questo è il periodo migliore per la Pubblicità.
Intendo proprio per lei, la Pubblicità, non i budget aziendali (sempre più ridotti) e i compensi delle agenzie (molto vicini alla beneficienza).

Infatti:

  • mai come oggi, grazie ai social network, ha modo di centrare il pubblico a cui si rivolge. Prima cosa c’era? Auditel, Audiradio, per non parlare della visibilità presunta di certi cartelloni stradali. Tutti questi pseudo-strumenti non avevano nemmeno lontanamente la precisione dei Facebook insights.
  • i costi di certi spazi si sono ridimensionati – e giustamente, dato che l’esposizione, la visualizzazione e l’interazione sono finalmente concetti distinti e distinguibili.
  • grazie a blog e gruppi che mostrano le pubblicità di tutti i Paesi, difficilmente un pubblicitario serio si prenderebbe il rischio di copiare ed essere smascherato in diretta mondiale. Mentre una volta, quando c’erano solo i Luezer’s Archive di carta, hai voglia…
  • mi sembra che ultimamente la Pubblicità si stia mescolando molto più con altre forme d’arte e di cultura pop
  • e mi sembra anche che finalmente si affrontino temi sociali quali la disoccupazione giovanile, i diritti mancanti, la bellezza della multietnicità. E naturalmente l’economia
  • persino la donna, in Pubblicità, viene trattata un po’ meglio rispetto a prima. Diciamo che siamo avanzati di un passo rispetto all’Età della Pietra.

Ora, mi rendo conto che tu che sei cresciuto a puntate di Mad Men e a lezioni di IED stai un po’ storcendo il naso di fronte a questo post. Ma ti prego di ricordare che:

  • il problema non sono i budget ridotti. Il problema è quando cliente e agenzia riducono ambizioni e visioni. In particolare quando il cliente, che già ha poco da investire sui media, e quindi non può puntare sulla ripetizione massiccia del messaggio, vuole pure dire la stessa cosa che dicono tutti, buttando nel cesso (perdona il francesismo) anche quei pochi soldi investiti.
  • oh sì, che fighi i vecchi tempi. Ma sii sincero: rinunceresti mai all’immenso aiuto di Fratello Google e Sorella Wikipedia? E soprattutto, se sei donna, ti rendi conto che allora in agenzia avresti avuto molte più chance di fare le pulizie che le campagne?
    Mentre ora, soprattutto nei social, vedo che c’è la necessità di una sensibilità e una cura tipicamente femminili. Quindi, signorine, riteniamoci fortunate!
  • non è un caso che i fenomeni dei gruppi di giovani senza grandi agenzie alle spalle ma che riescono comunque ad emergere, come i Cric o il collettivo di #coglioneno, siano comparsi in questi ultimi anni. Mica ci sono stati casi simili, prima.

E infine lo so che ti hanno nutrito a pane e Ogilvy, ma qui, tra noi, in questo spazietto, diciamocelo: quanto è più divertente fare una cosa così rispetto a tutto quello che ti han fatto studiare sui libri – e sottolineo libri?!

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Posto fisso sarà il tuo

Ho un’amica che fa la ricercatrice in Germania.

Dice che a marzo le scade il contratto, e che il suo capo vorrebbe continuare a lavorare con lei

ma non ci sono i soldi così, oltre a quella scientifica, dovrà fare anche ricerca dei fondi per finanziarsi.

Dice che la questione economica è trasversale a tutte le università, gli istituti e gli ambiti di studio

ma fa parte del mestiere

doversi conquistare la fiducia di chi mette mano al portafogli e dimostrare il valore del proprio lavoro.

E che comunque anche là quello del ricercatore non è un “posto fisso”.

Tutto questo lo dice serenamente, perché sa che non sarà un contratto a tempo indeterminato a determinare la riuscita o meno dei suoi sforzi.

Sa che l’eventuale fine della sua attuale collaborazione non sarà la fine della sua carriera

e se non dovesse saperlo lei, ne sono sicura io,

perché quello che la mia amica ha imparato è che l’unica cosa di cui un giovane dovrebbe avere paura è il momento in cui si inizia a dare per scontato il proprio posto e preferire sedercisi sopra, anziché muoverlo in nuove direzioni.

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Quante probabilità ci sono che:

– mi metta a seguire il blog di un tizio perché mi fa ridere

– che questo tizio si metta a seguire il mio (vecchio) blog perché… Non so perché

– che il tizio sia un deejay, ma non di quelli che ti metterebbero la versione remix del pulcino Pio, ma di quelli che ti fanno sentire cose nuove

– che un giorno veda le sue foto su Facebook e pensi: “apperò!” (e ribadisca il concetto guardando gli altri scatti su http://emanuelecolombo.carbonmade.com)

– che un giorno mi ritrovi il suo nome sull’homepage di Repubblica, perché è l’autore di questo video

The proof that we are soulmates from Emanuele Colombo on Vimeo.

– e soprattutto che non invidi neanche un po’ la sua poliedricità e il suo (giusto) successo?

Pochissime.

Nonostante ciò, ho intervistato Emanuele Colombo. Che vi devo dire? Alla fine mi sta pure simpatico.

IO: Ciao Emanuele. Ti ho lasciato cazzaro e deejay, ora ti ritrovo superprofessionale e videomaker. Ti ho incontrato su un blog di Splinder e invece adesso sei su Vimeo. Cos’è successo nel mezzo?

LUI: Nel mezzo ho preso una laurea in scienze della comunicazione, come fa qualunque 25enne che ancora non sa che fare della vita. Nel giro di due mesi sono stato assunto in un’agenzia di comunicazione di Milano con una piccola sezione di produzione video interna. Classico stage sottopagato con mansioni tipo portare a lavare la macchina del capo o scaricare le luci dal furgone. Pian piano poi ho iniziato a guadagnare la fiducia dei miei responsabili e a ricevere incarichi sempre più importanti.

A dicembre 2010, esasperato dalle sofferenze cui sono sottoposti i pendolari sulla tratta Varese – Milano, ho deciso di non rinnovare il contratto senza timore alcuno per la crisi globale, nel tentativo di intraprendere la carriera da freelance. I primi mesi devo dire che non sono stati facili ma in un lasso di tempo relativamente breve sono riuscito a crearmi un buon giro di clienti, al momento sto lavorando per parecchie agenzie sia italiane che estere.

IO: Mi racconti come nasce un video come “The proof that we are soulmates”?

LUI: Sebbene io adori il mio lavoro spesso mi trovo a fare video di routine, o peggio ancora non riesco a fare le cose come vorrei per via di mancanza di budget, scadenze serrate eccetera. Per questo ho deciso di dedicare del tempo a qualcosa che fosse solo per me e che possibilmente mi permettesse di imparare qualcosa di nuovo e di avere visibilità a livello professionale. In sostanza avevo voglia di fare qualcosa di bello.
Ho cercato ispirazione su Internet e su Visual.ly ho trovato questa meravigliosa dichiarazione d’amore

e ho deciso immediatamente di realizzarne una versione animata.

IO: Il video ha avuto millemilamigliaia di visite, è finito sull’homepage di Repubblica e sta facendo un po’ il giro di tutto il Web. Come ci sei riuscito?

LUI: Un’ora dopo aver messo il video online lo staff di Visual.ly l’ha messo in home page. Da subito poi, ho visto che amici e amici di amici hanno immediatamente iniziato a condividere il video su Facebook accompagnandolo con commenti entusiasti. Il primo giorno ha totalizzato 3000 visite, che non sono certo tantissime ma senz’altro un risultato che non mi ha aspettavo.
La svolta però è arrivata quando mi sono reso conto che Drake Martinet, l’autore dell’infografica a cui mi ero ispirato, è un importante giornalista specializzato in nuovi media, e la sua futura moglie, destinataria della dichiarazione d’amore, è Stacy Green, vice presidente di Mashable, che stando a quanto dice Wikipedia è il terzo blog più letto al mondo.
Non ho dovuto faticare molto per ottenere un post dedicato al mio video, da lì gli accessi si sono veramente impennati e da quel momento è finito un po’ ovunque.

IO: Allora, io avrei una teoria, che è questa che vado a esporti: puoi essere bravissimo, l’importante è che tu lo sia in una e una sola specialità. Quindi se sai fare musica, non puoi essere bravo anche con i video. Se sei bravo con i video, non puoi essere bravo anche a fare foto. Non che sia empiricamente impossibile, è che proprio ti fai odiare dalla gente normodotata, capisci?

LUI: Eh ma tutto ciò che faccio fa parte di tanti piccoli mondi tutti collegati tra loro. La logica dei software per fare musica è molto simile a quella dei software di montaggio video. Quando poi impari a montare scatta il desiderio di prendere in mano una telecamera e a provare ad usarla. Il passaggio tra la telecamera e la macchina fotografica poi è immediato perchè i concetti tecnici sono esattamente identici. Poi una volta che scatti una bella foto impari a usare Photoshop per ritoccarla, e a quel punto inizi a masticare un po’ di color correction e di abbinamenti di colore, che è una competenza che puoi reciclare anche nel montaggio video o nella grafica animata. In realtà ogni competenza di ognuno di questi ambiti può essere reciclata all’interno di tutti gli altri, è questa la vera figata!

Fondamentalmente le condizioni imprescindibili per lavorare nell’ambito in cui mi muovo io sono o il senso estetico e essere profondamente nerd. Io nerd lo sono di sicuro, riguardo il senso estetico lascio giudicare agli altri.

IO: Dimmi almeno che non sai cucinare. Io più di tutti odio quelli che sono bravissimissimi nel loro lavoro e mica si fermano lì, no, devono pure fare i MasterChef della situazione, giusto per far sentire una merda te che finora ti sei sempre parata dietro la frase: “Eh, ma io sono tutta concentrata sul mio lavoro, non ho tempo per imparare a fare chissà quali manicaretti!”.

LUI: No, non so cucinare e odio farlo. Però so tutte le capitali e le bandiere del mondo a memoria e faccio scrocchiare fortissimo le ginocchia.

Secondo me dovrebbe aggiungerlo, su www.emanuelecolombo.it

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Si fa presto a ruggire

Ieri sono stati proclamati ufficialmente i Giovani Leoni – apro una piccola parentesi per spiegare cosa sono i Giovani Leoni a chi non è del mestiere.

Si tratta di un concorso per pubblicitari che non hanno più di 28 anni. Ci sono 4 categorie: print (cioè le campagne stampa), film (cioè gli spot), digital (cioè i banner) e design (cioè i loghi). Perché non chiamiamo le cose con il loro nome? Non lo so. Comunque, alle 9 di un sabato mattina sono stati pubblicati sul sito relativo 4 brief, uno per categoria. I partecipanti avevano 24 ore di tempo per trovare l’idea giusta per una pubblicità e realizzarla. Chi vinceva, si sarebbe aggiudicato non solo la gloria, ma anche la possibilità di rappresentare l’Italia a un concorso analogo che si svolge ogni anno a Cannes, durante il più prestigioso festival della pubblicità. Lo so, lo so, avevate sentito parlare solo di quell’altro festival.

Io ho partecipato e ho scelto la categoria stampa (tema: L’Amico Charly, un’associazione che si occupa di dare sostegno agli adolescenti in difficoltà), ma non ho vinto. Non chiedetemi di mostrarvi il mio lavoro, non ne vado molto fiera. Ecco perché ieri non mi sono presentata nemmeno alla serata di premiazione, dove – dicevo in apertura di post – sono stati svelati i nomi dei vincitori.

Tra cui, proprio nella categoria stampa, figuravano quello di Luca Pedrani e di Federica Facchin, autori di quest’annuncio.

Molto carino, non c’è che dire.

Qualcosa da ridire l’hanno avuto, invece, altri partecipanti (contro i vincitori) e pubblicitari fuori gara (contro la giuria).

Il motivo è che la tecnica utilizzata, e cioè quella di dividere in due il testo, non è proprio nuova. Diciamo, più lavata con Perlana.

Ora, quello che penso io è: ok, non si tratta di creatività al 100%. Ma quanti dei lavori iscritti lo erano?

Il vincitore di una gara non è detto che sia sempre quello che fa un nuovo record/che è più qualificato/che trova l’idea del secolo.

A volte il vincitore è semplicemente quello che fa meglio degli altri.

Prima di criticare chi ha vinto o chi ha giudicato, chiediamoci perché noialtri non siamo riusciti a fare meglio di qualcosa di già visto.

Già, perché io la coscienza pulita-pulita non ce l’ho (e infatti ieri sera manco sono andata alla cerimonia). Dunque non mi sento esattamente il genio incompreso, ecco. Voi sì? Allora non limitatevi a ruggire inviperiti: fateci vedere le vostre opere.

E comunque un “Epic Win” ha chi ha ideato questo spoof:

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