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Non tutto è perduto. Purtroppo.

Non credo ai miracoli, ai premi pubblicitari e, confesso, nemmeno alla pubblicità.

Però nel weekend appena passato qualcosa ha scalfito la corazza di cinismo che fieramente mi sono costruita negli anni. Questa cosa è l’inizio di una domanda, l’incipit di un’ipotesi, l’apertura a una possibilità. In poche parole, “IF – Italians Festival“.

Nella mia mente si configurava come una corazzata Potëmkin del mondo dell’advertising – impressione che ho felicemente espresso al mio capo, tra l’altro uno degli organizzatori dell’evento [momento di riflessione per ricordare che se fossi capitata in un’altra agenzia sarei disoccupata da un pezzo. Ok, proseguiamo].

Invece in due giorni e mezzo ho scoperto idee bellissime, raccontate da persone professionali e appassionate, che mi hanno trasmesso un sacco di voglia di fare, inventare, scrivere.

Questo chiaramente non va affatto bene per il mio celeberrimo pessimismo cosmico, né per la linea editoriale di questo blog. Perciò seguirò la via della negatività e della negazione, elencando tutto quello che non ho trovato in questo festival.

– Non ho assistito a discorsi solo sulla pubblicità.

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– Non ho annusato spocchia, soprattutto tra chi stava sul palco. Nessuno ha mai menzionato quanti leoni di Cannes aveva vinto in carriera, semmai quante uscite stampa aveva conquistato un progetto a zero budget di PR.

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– Non ho sentito espressioni come “impattante”, “abbiamo fatto un video virale” e altri idiomi blablatesi.

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– Non ho sborsato neanche un euro per il mio Pass PRO, dato che la mia agenzia ha pagato per me.

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– Non tutto è perduto, da quel che ho capito. E quindi non ci sono più scuse: tocca rimboccarsi le maniche e spremersi.

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Se i Mondiali fossero gli Oscar

Miglior interpretazione maschile: Durex

Miglior interpretazione femminile: lei

Miglior sceneggiatura non originale: Barilla

Miglior costume: Gazzetta dello Sport

Miglior scenografia: easyJet

Miglior product placement: Panini

 

Oscar alla carriera: Nike

 

E se i Mondiali fossero i Razzies Award?

Peggior delusione: Coca Cola (non pervenuta)

Più grande gufata: Simmenthal (prima e pure dopo)

Peggior battuta: KLM

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Benvenuti nel periodo d’oro della pubblicità

No, durante questa lunga assenza non sono impazzita.

Ci ho pensato un po’ e sono giunta alla conclusione che, sì, “c’è crisi” ma nonostante ciò questo è il periodo migliore per la Pubblicità.
Intendo proprio per lei, la Pubblicità, non i budget aziendali (sempre più ridotti) e i compensi delle agenzie (molto vicini alla beneficienza).

Infatti:

  • mai come oggi, grazie ai social network, ha modo di centrare il pubblico a cui si rivolge. Prima cosa c’era? Auditel, Audiradio, per non parlare della visibilità presunta di certi cartelloni stradali. Tutti questi pseudo-strumenti non avevano nemmeno lontanamente la precisione dei Facebook insights.
  • i costi di certi spazi si sono ridimensionati – e giustamente, dato che l’esposizione, la visualizzazione e l’interazione sono finalmente concetti distinti e distinguibili.
  • grazie a blog e gruppi che mostrano le pubblicità di tutti i Paesi, difficilmente un pubblicitario serio si prenderebbe il rischio di copiare ed essere smascherato in diretta mondiale. Mentre una volta, quando c’erano solo i Luezer’s Archive di carta, hai voglia…
  • mi sembra che ultimamente la Pubblicità si stia mescolando molto più con altre forme d’arte e di cultura pop
  • e mi sembra anche che finalmente si affrontino temi sociali quali la disoccupazione giovanile, i diritti mancanti, la bellezza della multietnicità. E naturalmente l’economia
  • persino la donna, in Pubblicità, viene trattata un po’ meglio rispetto a prima. Diciamo che siamo avanzati di un passo rispetto all’Età della Pietra.

Ora, mi rendo conto che tu che sei cresciuto a puntate di Mad Men e a lezioni di IED stai un po’ storcendo il naso di fronte a questo post. Ma ti prego di ricordare che:

  • il problema non sono i budget ridotti. Il problema è quando cliente e agenzia riducono ambizioni e visioni. In particolare quando il cliente, che già ha poco da investire sui media, e quindi non può puntare sulla ripetizione massiccia del messaggio, vuole pure dire la stessa cosa che dicono tutti, buttando nel cesso (perdona il francesismo) anche quei pochi soldi investiti.
  • oh sì, che fighi i vecchi tempi. Ma sii sincero: rinunceresti mai all’immenso aiuto di Fratello Google e Sorella Wikipedia? E soprattutto, se sei donna, ti rendi conto che allora in agenzia avresti avuto molte più chance di fare le pulizie che le campagne?
    Mentre ora, soprattutto nei social, vedo che c’è la necessità di una sensibilità e una cura tipicamente femminili. Quindi, signorine, riteniamoci fortunate!
  • non è un caso che i fenomeni dei gruppi di giovani senza grandi agenzie alle spalle ma che riescono comunque ad emergere, come i Cric o il collettivo di #coglioneno, siano comparsi in questi ultimi anni. Mica ci sono stati casi simili, prima.

E infine lo so che ti hanno nutrito a pane e Ogilvy, ma qui, tra noi, in questo spazietto, diciamocelo: quanto è più divertente fare una cosa così rispetto a tutto quello che ti han fatto studiare sui libri – e sottolineo libri?!

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Una piccola riflessione IN OFFERTA SPECIALE!

Ieri ero in viaggio e ho deciso di fare un COMPRO ORO esperimento.

Ho provato a contare quantI secondi ESSELUNGA passavano tra un messaggio pubblicitario e l’altro. SALDI FINO AL

Ho calcolato così che l’intervallo medio DAI PRODUTTORI DI è di 3 secondi.

Solo 3 secondi. IN SOLI 2 MINUTI

Come vedete, sulle nostre strade il traffico non è CAFFÈ PELLINI solo un problema d’auto.

PS: ogni riferimento a loghi e pubblicità realmente esistenti è puramente casuale. La verità è che sono così tanti – e così uguali – che alla fine non ne rimane impresso nemmeno uno.

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Come mi vede la pubblicità del caffè

Qui sono una che pensa solo ad accalappiare l’uomo e ad avere il brillocco per Natale.

Qui invece tiro fuori un po’ di carattere e di competitività. Nel lavoro? Macché: la mia vera ambizione è liberarmi dell’ombra della temibile ex.

Comunque quando voglio so anche prendermi gioco degli uomini. E approfittare dell’ocaggine delle altre.

Sono una ragazza quasi trentenne, una pubblicitaria e anche una grande consumatrice di caffè.
Eppure, ce ne fosse uno che sappia gratificarmi per questo.

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Se questa è una donna

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Grazie al suo discorso, la Boldrini è entrata ieri nei Trending Topic, gli argomenti più discussi su Twitter.

Ma che dico “discorso”: il Giornale ha estrapolato una frase, l’ha rigirata come linea editoriale impone e il risultato è stato che “Ora la Boldrini vuol sfasciare la famiglia: basta spot con le mamme che servono a tavola”.

Il risultato è stato una lunga serie di tweet, per la maggior parte contro la Presidentessa della Camera, che più o meno possiamo catalogare in 4 gruppi:

1° GRUPPO altrimenti detto “MA CHE, CE L’HA CON ME?!”
Sono donne, perlopiù casalinghe e naturalmente portano loro il pasto in tavola. Guai a toccargli questo punto d’onore: diventano la versione 2.0 di “La signora ammazzatutti”. La loro è una scelta consapevole, mica un obbligo, guai a mettere in forse questa certezza – perché allora dovrebbero iniziare a farsi delle domande.

2° GRUPPO altrimenti detto “L’EMANCIPAZIONE FEMMINILE SIGNIFICA ANCHE POTER SCEGLIERE DI FARE LA CASALINGA”
Spesso si tratta di una branca del gruppo 1. Nel ’68 si cercava disperatamente una risposta standard da dare a chi chiedeva più diritti alle donne in campo lavorativo e la geniale mossa di PR è stata quella di ribaltare l’attacco: le donne in carriera in realtà ce l’hanno con le casalinghe! Complimenti per il capo marketing d’allora, un po’ meno a chi 40 anni dopo copia-incolla ancora la frase succitata ogni qual volta si nomini la parola “emancipazione”.

3° GRUPPO altrimenti detto “CI SONO PROBLEMI PIÙ GRAVI”
Quelli che se fossero in Parlamento partirebbero direttamente dalla pace nel mondo, un po’ come Miss Italia, e passerebbero intere giornate dediti solo ed esclusivamente a questa causa. Probabilmente con gli stessi risultati attuali.

Ah, poi ci sono loro.

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Quelli del 4° gruppo, che dimostrano che la Boldrini ha effettivamente ragione.

Ma proprio tanta.

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Liberaci da questo male

Sono certa che qualcuno avrà pregato che il silenzio di questo blog si rivelasse eterno.

Mi spiace, ma non è ancora il momento.

E se qui è da un po’ che non mi faccio viva, in compenso su Facebook non ho lasciato stare nemmeno i Santi.

O i presunti tali.

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Così quando ho notato che la pagina di una gioielleria aveva taggato i profili di 11 preti sull’immagine di un bracciale, da brava bigotta di provincia quale sono, mi sono un po’ indignata.

Perché un’azienda che ci tagga su un suo prodotto ci sta in realtà usando come testimonial inconsapevoli.

Pensateci: cosa comporta un tag?

  • Nel newsfeed dei miei contatti di Facebook apparirrà la notizia che “compaio” in una foto
  • Nel mio profilo verrà pubblicato automaticamente il post altrui
  • Nell’album delle mie foto, eccola: l’immagine con tanto di tag, a formare ormai un tutt’uno indistinguibie con gli scatti che io intenzionalmente ho scelto di inserire.

Ora arriva la domanda numero 2: cosa comporta nello specifico comparire sul profilo di un “Don”?

  • La certezza di avere un certo bacino di “amici” (mal che vada qualche centinaio di anime di paese).
  • Una certa autorità e influenza trasmessa dal testimonial.

Ora mi si ribatterà che Facebook ha per l’appunto un’impostazione che permette di essere taggati solo dopo nostra autorizzazione. Ma siamo onesti: non rientra nel “pacchetto base” che il social network di Zuckerberg offre. Ergo, vallo a trovare.

Chiudo comunque con un sorriso. Quello che mi ha procurato la giustificazione data dal gioielliere sulla sua scelta di taggare 11 preti su un piccolo oggetto di lusso, proprio nel periodo in cui la Chiesa sta cercando di riconquistare fan con una comunicazione più pop (vedi alla voce Papa Francesco):

“ho taggato alcuni sacerdoti non solo per fare pubblicità ad un bracciale ( religioso) ma perchè in tanti cercano oggetti religiosi cristiani e non sanno dove trovarli. Se questo Le ha dato fastidio mi dispiace e me ne scuso. Distinti saluti e che Dio la benedicaa.”

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Di pelo, pubblicità e professionalità

La pubblicità è spesso accusata di sfruttare e denigrare il corpo della donna.
La questione mi riguarda doppiamente, in quanto donna e in quanto pubblicitaria.
E certo non posso far finta di niente quando, girando per Facebook, vedo

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Ora, vi dirò: quello che più mi infastidisce non è tanto l’immagine dell’uomo che guarda sotto la gonna di una donna. Sono cresciuta negli anni ’80, i miei coetanei all’asilo tormentavano noi bambine con questa canzone e solo pochi giorni fa ho visto una pubblicità che faceva dell’ironia sui femminicidi, figuriamoci.

Ad innervosirmi è la frase – in maiuscolo, per giunta: “ECCOLA FINALMENTE! L’ABBIAMO PENSATA E REALIZZATA NOI DI BODY SLIM!!”.

Se tutti si scandalizzano – ragionevolmente – quando un politico diventa ministro di una materia di cui non ha competenza, perché non dovrei arrabbiarmi quando un imprenditore vuole fare il pubblicitario?

Così decido di scrivere un appello su Facebook, invitando i miei “amici” a scrivere sulla pagina di Estetica Body Slim quello che pensano della pubblicità sopracitata. Da parte mia, commento con un sintetico “VERGOGNATEVI!” e noto che due o tre persone di mia conoscenza la pensano più o meno come me.

Passano pochi minuti e vengo informata del fatto che tutti i messaggi contenenti una critica sono stati cancellati dalla pagina, compreso il mio. In questo modo, casualmente, rimangono solo i complimenti – di chi ha lavorato alla stessa pubblicità, tra l’altro.

L’asticella del mio fastidio si alza ulteriormente, ma non è nemmeno questo fatto a spingermi a scrivere un post che parla, appunto, “Di pelo, pubblicità e professionalità”, no.

La causa scatenante è il messaggio che mi sono ritrovata nella posta privata di Facebook – e che confesso di aver visto con un giorno di ritardo.

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A cui segue, dopo il mio silenzio, quest’altro messaggio (sempre inviatomi in privato)

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Per la precisione, la finezza di cui parla è un’opera giusto un tantino conosciuta:

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“L’origine du monde”, Gustave Courbet, 1866.

Nonostante tutto, è forse vero che devo delle spiegazioni. Eccole:

1) Ho 29 anni, sono adulta e vaccinata. Vengo da un piccolo paesino, al liceo ero in una classe composta quasi esclusivamente da donne, dunque credetemi: conosco la finta cortesia. Quel sandwich di “Ciao Cara” e “Ti auguro una splendida giornata”, giusto per attenuare l’infarcitura di insinuazioni un po’ acide, non mi serve, grazie.

2) Ho scelto deliberatamente di rendere visibile a tutti il mio profilo Facebook – sono per la teoria che se non si vuole far sapere qualcosa, basta non scriverla sui social network. Questo non significa però che chiunque possa sentirsi libero di scrivermi più messaggi privati, nonostante il mio silenzio. E comunque sì, trovo un po’ inquietante il fatto che qualcuno sia risalito da un mio commento al mio posto di lavoro, quindi alla pagina Facebook della mia agenzia, per poi passare in rassegna uno a uno i post che pubblichiamo, alla ricerca della “prova da rinfacciarmi” (datata 8 marzo).

3) La (immagino) responsabile dell’azienda mi scrive: “Non capisco proprio l’accanimento nei miei confronti”, ma si sbaglia: non sono io che ne sto facendo una questione personale. Io ho scritto sulla pagina pubblica di un’azienda, commentando il lavoro che immagino non sia stato concepito e realizzato da una singola persona. Qualcun altro, semmai, ha dato il nome di un’azienda anche a un profilo personale – cosa che Facebook, tra l’altro, vieta – e qualcun altro è andato a spulciare nella mia biografia.

4) I due link accusati riguardano ARTE. Quella che fa Estetica BodySlim come la mia agenzia si chiama “PUBBLICITÀ”. Sentite come suonano diverse? È perché lo sono.

5) La pagina Facebook di un’azienda non è la sua casa, ma la sua piazza. E se qualcuno viene per lamentarsi, non lo si può cancellare e fare finta di nulla, come un “Truman show” dove rimangono solo i sorrisi stampati e le battute da copione.

Poi basta, mi fermo qui.

Chiudo segnalando un articolo che Pasquale Barbella ha scritto per il Corriere: “Il male della pubblicità è che qualsiasi idiota può farla”.

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In sintesi

  • Non mi faccio più viva da un mese, ma non sono morta.
  • Milano è un cantiere in vista dell’Expo 2015, ma se cerchi, riesci a vedere la sua bellezza anche in una giornata grigia e piovosa.milanoFigurati poi quando c’è il bel tempo.parcoportello
  • Sono stata a uno di quei corsi obbligatori per chi ha un contratto d’apprendistato. 40 ore che nemmeno gli insegnanti sapevano come riempire, 12 persone che – lavorativamente parlando – avevano davvero poco in comune e un’unica informazione utile: è economicamente provato che torneremo alla lira.
  • Oggi sul Corriere ho letto un articolo di Diego Tardani in cui si sostiene che se la pubblicità usa il corpo della donna non è per abusarne. Eh no, in realtà è per esaltarne il potere sull’uomo.
    Io rispetto Diego Tardani, perché credo ci voglia fegato per scrivere una cazzata simile su un quotidiano nazionale, e perdipiù affidarla all’imperitura memoria del Web, ma a volte penso sia meglio l’anonimato del ruolo di avvocato del diavolo.
    Comunque sentiamo cosa ne pensano le persone. Domani sarò alla Palazzina Liberty per il live-tweet dell’incontro “Austerità creativa contro inquinamento cognitivo”. L’hashtag ufficiale è #meetADCI e la domanda sul tavolo sarà: “Gli italiani si rendono conto di quale perniciosa forma di inquinamento cognitivo sia spesso la pubblicità?“.
    Vedremo.
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Come il calzolaio con le sue scarpe

Così io, pubblicitaria, ho avuto per un bel po’ il portfolio rotto.

O meglio, anzi peggio, non ce l’avevo proprio. Era lì, in bozza, ma non trovavo mai il coraggio di pubblicarlo né la voglia.

Fino a ieri.

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