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Benvenuti nel periodo d’oro della pubblicità

No, durante questa lunga assenza non sono impazzita.

Ci ho pensato un po’ e sono giunta alla conclusione che, sì, “c’è crisi” ma nonostante ciò questo è il periodo migliore per la Pubblicità.
Intendo proprio per lei, la Pubblicità, non i budget aziendali (sempre più ridotti) e i compensi delle agenzie (molto vicini alla beneficienza).

Infatti:

  • mai come oggi, grazie ai social network, ha modo di centrare il pubblico a cui si rivolge. Prima cosa c’era? Auditel, Audiradio, per non parlare della visibilità presunta di certi cartelloni stradali. Tutti questi pseudo-strumenti non avevano nemmeno lontanamente la precisione dei Facebook insights.
  • i costi di certi spazi si sono ridimensionati – e giustamente, dato che l’esposizione, la visualizzazione e l’interazione sono finalmente concetti distinti e distinguibili.
  • grazie a blog e gruppi che mostrano le pubblicità di tutti i Paesi, difficilmente un pubblicitario serio si prenderebbe il rischio di copiare ed essere smascherato in diretta mondiale. Mentre una volta, quando c’erano solo i Luezer’s Archive di carta, hai voglia…
  • mi sembra che ultimamente la Pubblicità si stia mescolando molto più con altre forme d’arte e di cultura pop
  • e mi sembra anche che finalmente si affrontino temi sociali quali la disoccupazione giovanile, i diritti mancanti, la bellezza della multietnicità. E naturalmente l’economia
  • persino la donna, in Pubblicità, viene trattata un po’ meglio rispetto a prima. Diciamo che siamo avanzati di un passo rispetto all’Età della Pietra.

Ora, mi rendo conto che tu che sei cresciuto a puntate di Mad Men e a lezioni di IED stai un po’ storcendo il naso di fronte a questo post. Ma ti prego di ricordare che:

  • il problema non sono i budget ridotti. Il problema è quando cliente e agenzia riducono ambizioni e visioni. In particolare quando il cliente, che già ha poco da investire sui media, e quindi non può puntare sulla ripetizione massiccia del messaggio, vuole pure dire la stessa cosa che dicono tutti, buttando nel cesso (perdona il francesismo) anche quei pochi soldi investiti.
  • oh sì, che fighi i vecchi tempi. Ma sii sincero: rinunceresti mai all’immenso aiuto di Fratello Google e Sorella Wikipedia? E soprattutto, se sei donna, ti rendi conto che allora in agenzia avresti avuto molte più chance di fare le pulizie che le campagne?
    Mentre ora, soprattutto nei social, vedo che c’è la necessità di una sensibilità e una cura tipicamente femminili. Quindi, signorine, riteniamoci fortunate!
  • non è un caso che i fenomeni dei gruppi di giovani senza grandi agenzie alle spalle ma che riescono comunque ad emergere, come i Cric o il collettivo di #coglioneno, siano comparsi in questi ultimi anni. Mica ci sono stati casi simili, prima.

E infine lo so che ti hanno nutrito a pane e Ogilvy, ma qui, tra noi, in questo spazietto, diciamocelo: quanto è più divertente fare una cosa così rispetto a tutto quello che ti han fatto studiare sui libri – e sottolineo libri?!

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Con un poco di immaginazione

Voglio provare a immaginare che quello che ho letto non è davvero stato detto.

O meglio, non è stato capito.

Sì, voglio credere che abbiamo sbagliato. Che siamo noi in errore. Tanto per cambiare.

Ecco come stanno le cose: quella della Fornero è tutta una strategia.

In realtà lei sta riuscendo là dove la scuola italiana (pubblica o no, la differenza è minima) ha miseramente fallito.

Ci ha insegnato una nuova parola inglese.

E “choosy” è solo l’inizio. Presto sulle prime pagine di tutti i giornali arriveranno anche le altre lezioni, gratuite.

Rimarremo sempre dei poveri choosy, ma con un perfetto accento british.

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Quel che la scuola ignora

Questo post rispetta l’ambiente, in quanto riciclato al 100% da un blog che si è autodistrutto il 31 gennaio insieme a Splinder.
Non è che sia pigra e non abbia voglia di scrivere qualcosa di nuovo, eh, è che lo trovo ancora attuale (sebbene sia stato scritto 4 anni fa). Anzi, dato il “delicato periodo storico”, come eufemisticamente chiamiamo la crisi, direi che vale cento volte di più.

 

Oooh, qui non ci sono santi; potrete pur dubitare del mio parere di copywriter, essendo ancora una novellina del settore, ma come studentessa, eh no, ho quasi vent’anni d’esperienza, dunque non si discute.

Sottoscrivo in pieno tutto quanto Umberto Galimberti scrisse, il 5 aprile del 2007, in un articolo per Repubblica: questa scuola mortifica la creatività, è una catena di montaggio all’interno della quale, una volta capito il meccanismo di funzionamento, uno studente riesce a destreggiarsi, per rimanere poi con un pugno di mosche in mano al primo spiraglio di mondo lavorativo.

La mia accusa più accorata va, naturalmente, all’università, che tratta i suoi – paganti – iscritti come una massa di automi ai quale inculcare nozioni, date, nomi, senza preoccuparsi di una rielaborazione e messa in pratica di quanto insegnato.

“(…) la scuola tende a privilegiare «l’intelligenza convergente», che è quella forma di pensiero che non si lascia influenzare dagli spunti dell’ immaginazione, ma tende all’ univocità della risposta a cui tutte le problematiche vengono ricondotte. Assolutamente trascurata è invece «l’intelligenza divergente» tipica dei creativi, capaci di soluzioni molteplici e originali, perché, invece di accontentarsi della soluzione dei problemi, tendono a riorganizzare gli elementi, fino a ribaltare i termini del problema per dar vita a nuove ideazioni.

I programmi ministeriali, costruiti per intelligenze convergenti (a domanda rispondi) scoraggiano spunti ideativi, mortificano varianti creative che, opportunamente coltivate, sono le uniche ad assicurare il progresso del sapere.”

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There’s no business like school business

Un paio di settimane fa sono successe due cose che mi hanno portato a scrivere questo post.

La prima: una scolaresca è venuta a vedere come lavoravamo in agenzia. Che poi, se dico così voi v’immaginate bambine in grembiule e bambini con la cartella, ma in realtà si trattava di più che adolescenti che frequentavano un – postdiploma? Istituto superiore? Sinceramente, non ho capito – di marketing.

Incuriosita, ho chiesto ai ragazzi se la loro scuola fosse prettamente teorica (vedi: la mia Facoltà di Scienze della Comunicazione) o un po’ più pratica. La risposta non mi ha lasciato dubbi:

“Molto pratica. Spesso decidiamo che frasi mettere sulle pubblicità che vediamo.”

La terminologia, probabilmente, non sarà la lacuna peggiore che l’istituto lascerà ai suoi futuri ex studenti (ho sentito anche la parola “slogan”, che, a dispetto di quello che molti credono, in un’agenzia non si usa mai).
Qui il problema è proprio alla base. Il marketing, la comunicazione sono mestieri e come tali vanno affrontati. Non si può improvvisare – quella è roba da artisti, non fa per noi.
Se siamo noi i primi a trattare con sufficienza il nostro lavoro, non possiamo pensare che gli altri – che magari fanno i medici, gli ingegneri, gli avvocati – ci prendano sul serio.

Quindi, insomma, non è cattiveria se ho pensato che quella scuola in realtà stesse vendendo fumo più che una preparazione adeguata, no?

Comunque, passano pochi giorni e una pubblicità in metropolitana m’informa che allo IED si tengono corsi per diventare “fashion blogger”.

Ora: avete mai sentito di qualche fashion blogger uscita dallo IED?

Scusate, ho sbagliato, riformulo la domanda.

Avete mai sentito di qualche Blogger con la “b” maiuscola che per diventare tale abbia avuto bisogno di un corso? DELLO IED?!?

Qualcosa mi dice che più che insegnare moda, qui qualcuno stia cercando di sfruttare una moda. Tra l’altro, già passata.

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