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Se i Mondiali fossero gli Oscar

Miglior interpretazione maschile: Durex

Miglior interpretazione femminile: lei

Miglior sceneggiatura non originale: Barilla

Miglior costume: Gazzetta dello Sport

Miglior scenografia: easyJet

Miglior product placement: Panini

 

Oscar alla carriera: Nike

 

E se i Mondiali fossero i Razzies Award?

Peggior delusione: Coca Cola (non pervenuta)

Più grande gufata: Simmenthal (prima e pure dopo)

Peggior battuta: KLM

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Da Pennac alle penne (alle pene)

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Amo Pennac.

E ancor di più il suo incredibile personaggio: il signor Malaussène. Io ci proverei anche, ma proprio non riuscirei a descrivervelo bene in poche righe come fa il suo autore. Però posso dirvi che di lavoro fa il capro espiatorio.

Naturalmente è fantascienza letteraria. Nessuno fa il “capro espiatorio” di mestiere. Nella realtà lo chiamiamo “community manager” (o “social media manager” o “nonhocapitocosafaimasochestaituttoilgiornosuFacebook manager”).

E l’esempio mi è stato servito oggi, su un piatto d’argento.

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Naturalmente il presidente di una delle più grandi aziende italiane non ha tempo – nè, francamente, le capacità – di occuparsi dei social network del suo gruppo.

E naturalmente oggi non è stato lui quello che si è scervellato per

  • impedire che l’hashtag #boicottabarilla finisse nei Trending Topic di Twitter

Questi simpatici compiti sono spettati a lui, il community manager. Che tra l’altro potrebbe pure essere gay, eh.

E se a mio parere l’episodio di oggi non intaccherà minimamente i profitti dell’azienda, sono altrettanto certa che quello che è successo ha minato seriamente la psiche del nostro povero capro espiatorio.

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Se questa è una donna

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Grazie al suo discorso, la Boldrini è entrata ieri nei Trending Topic, gli argomenti più discussi su Twitter.

Ma che dico “discorso”: il Giornale ha estrapolato una frase, l’ha rigirata come linea editoriale impone e il risultato è stato che “Ora la Boldrini vuol sfasciare la famiglia: basta spot con le mamme che servono a tavola”.

Il risultato è stato una lunga serie di tweet, per la maggior parte contro la Presidentessa della Camera, che più o meno possiamo catalogare in 4 gruppi:

1° GRUPPO altrimenti detto “MA CHE, CE L’HA CON ME?!”
Sono donne, perlopiù casalinghe e naturalmente portano loro il pasto in tavola. Guai a toccargli questo punto d’onore: diventano la versione 2.0 di “La signora ammazzatutti”. La loro è una scelta consapevole, mica un obbligo, guai a mettere in forse questa certezza – perché allora dovrebbero iniziare a farsi delle domande.

2° GRUPPO altrimenti detto “L’EMANCIPAZIONE FEMMINILE SIGNIFICA ANCHE POTER SCEGLIERE DI FARE LA CASALINGA”
Spesso si tratta di una branca del gruppo 1. Nel ’68 si cercava disperatamente una risposta standard da dare a chi chiedeva più diritti alle donne in campo lavorativo e la geniale mossa di PR è stata quella di ribaltare l’attacco: le donne in carriera in realtà ce l’hanno con le casalinghe! Complimenti per il capo marketing d’allora, un po’ meno a chi 40 anni dopo copia-incolla ancora la frase succitata ogni qual volta si nomini la parola “emancipazione”.

3° GRUPPO altrimenti detto “CI SONO PROBLEMI PIÙ GRAVI”
Quelli che se fossero in Parlamento partirebbero direttamente dalla pace nel mondo, un po’ come Miss Italia, e passerebbero intere giornate dediti solo ed esclusivamente a questa causa. Probabilmente con gli stessi risultati attuali.

Ah, poi ci sono loro.

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Quelli del 4° gruppo, che dimostrano che la Boldrini ha effettivamente ragione.

Ma proprio tanta.

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In sintesi

  • Non mi faccio più viva da un mese, ma non sono morta.
  • Milano è un cantiere in vista dell’Expo 2015, ma se cerchi, riesci a vedere la sua bellezza anche in una giornata grigia e piovosa.milanoFigurati poi quando c’è il bel tempo.parcoportello
  • Sono stata a uno di quei corsi obbligatori per chi ha un contratto d’apprendistato. 40 ore che nemmeno gli insegnanti sapevano come riempire, 12 persone che – lavorativamente parlando – avevano davvero poco in comune e un’unica informazione utile: è economicamente provato che torneremo alla lira.
  • Oggi sul Corriere ho letto un articolo di Diego Tardani in cui si sostiene che se la pubblicità usa il corpo della donna non è per abusarne. Eh no, in realtà è per esaltarne il potere sull’uomo.
    Io rispetto Diego Tardani, perché credo ci voglia fegato per scrivere una cazzata simile su un quotidiano nazionale, e perdipiù affidarla all’imperitura memoria del Web, ma a volte penso sia meglio l’anonimato del ruolo di avvocato del diavolo.
    Comunque sentiamo cosa ne pensano le persone. Domani sarò alla Palazzina Liberty per il live-tweet dell’incontro “Austerità creativa contro inquinamento cognitivo”. L’hashtag ufficiale è #meetADCI e la domanda sul tavolo sarà: “Gli italiani si rendono conto di quale perniciosa forma di inquinamento cognitivo sia spesso la pubblicità?“.
    Vedremo.
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Sanremo visto da un altro schermo – Puntata #2 e #3

Giuro che stavolta la pigrizia non c’entra.

Se ho raggruppato due puntate in un unico post e le segnalazioni sono calate, non è colpa mia, ma un calo fisiologico del “popolo dei social network” (o del ritmo del programma?).

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Sanremo visto da un altro schermo – Puntata #1

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Tutti parlano di Sanremo. Ma non è detto che tutti quelli che ne parlino l’abbiano visto. L’anno scorso ho fatto un piccolo esperimento: ho spento la tv e mi sono messa davanti alla mia pagina di Twitter. Risultato: mi sono divertita molto più degli spettatori (a giudicare dal contenuto dei tweet) senza perdermi nemmeno uno dei punti salienti del programma.

Qualcuno potrà obiettare che però,  così, non mi sono fatta una mia idea dello spettacolo, ma sai che c’è?
C’è che non penso che devo avere per forza un’opinione su ogni cosa, soprattutto se l’argomento in questione è effimero.

Così, se ti sei perso la prima puntata di Sanremo, non disperare: eccoti un riassunto perfetto che non ti farà sentire escluso dai discorsi di colleghi/amici/parenti e che ti darà brillanti osservazioni da poter spacciare come opera tua.

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A grande richiesta

Allora, partiamo dal presupposto che l’espressione “a grande richiesta” è sempre stata un’incognita per me.
Pronunciata soprattutto da politici e presentatori della TV, viene usata in maniera così generica che non ho ancora capito CHI, QUANTI e COME abbiano fatto, ‘sta richiesta.

Stavolta la grande richiesta, lo dico chiaro e tondo, è mia. Sarò pure solo una persona su 6.973.738.433 (fonte), ma la mia mica  è una richiesta piccola, mica la sto bisbigliando, no no, la scrivo qui, pubblicamente, e se insistete la SCRIVO PURE A LETTERE MAIUSCOLE. E IN GROSSETTO.

Voglio ripetere un esperimento che avevo inaugurato al tempo dell’altro blog, quello vecchio, quello che ora non c’è più.

L’esperimento si chiama “Questa sera si tweetta a soggetto” ed è molto semplice.

Domani, martedì 4 dicembre, tra le 21.30 e le 23, scrivetemi su Twitter (https://twitter.com/flaviabrevi) o usate l’hashtag #tweetasoggetto indicandomi una parola. Con quella parola creerò una storia di 140 caratteri – magari qualcuno di meno, ma sicuramente non uno di più.

Se invece non avete nessuna intenzione di collaborare a questo mio progetto, sappiate che degli uccelli lettoni che twittano a caso mentre consumano il loro pasto posto su una tastiera hanno più follower di voi, tié.

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Twitter spiegato a Gasparri

Sottotitolo: sì, amo le sfide impossibili.

Allora, Maurizio, se vogliamo che questo post sia proficuo per entrambi, dobbiamo essere estremante sinceri, in primis con noi stessi.

Tu non sei molto amato dal pubblico.

Fidati.

Hai presente quegli sfottò che ricevi puntualmente? Ecco, quelli dovrebbero essere un indizio che sì, sei conosciuto, sei un personaggio pubblico nessuno-lo-mette-in-dubbio-per-carità, ma “amato”, credimi, è un’altra cosa.

Però tu dici: “Cosa me ne frega? Io ho tanti follower.”

Ecco, infatti, ora ti confesserò un segreto. Sai perché la gente su Twitter segue un personaggio pubblico? Essenzialmente per due motivi:

1) per provare a farsi notare, anche solo per un millesimo di secondo, al “vip” in questione. Per dirgli “hey, guarda, ci sono anch’io, se ti accorgerai della mia esistenza sarò l’uomo più felice della Terra e mi vanterò con gli amici per i prossimi vent’anni”.

2) per cogliere in fallo il vip e alla prima cazzata che scrive – e arriva sempre il momento in cui la scrive – percularlo.

Il primo caso funziona soprattutto se sei molto figo, il secondo se sei abbastanza discutibile.

Indovina un po’ a quale dei due appartieni?

Però tu dici: “Cosa me ne frega? Faccio politica, è normale avere degli oppositori”.

Certo, è normale se fai politica. Però com’è che solo in Italia è normale che un politico usi Twitter per inimicarsi la gente? Ma non ce l’hai un addetto stampa che t’abbia detto che la prima regola è essere accomodanti, o lecchini, o ignoranti (nel senso che è meglio ignorare una provocazione, che cadere nella trappola) nel magico regno del Web?

Così mi sei finito su tutti i giornali per la tua bella risposta, capisci che se quello prima c’aveva 48 follower ora tu hai migliaia di persone che vorrebbero defollowarti le braccine dal resto del corpo? (Incluso il fantomatico addetto stampa di cui sopra).

Però tu mi dici: “Cosa me ne frega? Guarda i follower che hai tu, non sei nessuno.”

Ed è proprio a questo punto che mi rendo conto di amare un po’ meno le sfide impossibili.

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Social a ogni costo

Anch’io faccio quel lavoro che chiamano “social media consultant” (e che suona comico quando per spiegarlo dici “gestisco le pagine Facebook delle aziende”).

Quindi so di cosa parlo.

So cosa vuol dire doversi inventare ogni giorno qualcosa di nuovo da dire.

Conosco la frustrazione che si prova quando un tuo contenuto non ha ottenuto i “Mi piace” o i retweet che ti aspettavi.

E ho imparato anche che quando si cavalca l’onda dell’attualità si ottiene qualche risultato di più.

Il fatto che questa regola non valga nel caso in cui l’attualità diventi cronaca nera non l’ho imparato, lo sapevo già. Me lo suggeriva il mio lato umano.

Quindi immagino che sia stato un GASSS, ovvero un Generatore Automatico di Stupidi Status Social a pubblicare stamattina il post di Groupalia

o quello di Prenotable

o ancora quello di Brux Sport

Naturalmente è inutile che cerchiate sui rispettivi profili tracce dei tweet incriminati: sono stati cancellati, dopo che la gente non ha esitato a definirli atti di sciacallaggio.

Al loro posto, ora, campeggiano scuse da parte di country manager, CEO e dalla “direzione”.

Ma perché scusarsi? In fondo l’aveva detto Einstein: due cose sono infinite. E sull’universo ci sono ancora dei dubbi.

Ma quand’è che abbiamo deciso che dovevamo “fare i social” a ogni costo?

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